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Addio a Sonny Rollins, il 'Saxophone Colossus' del jazz

Addio a Sonny Rollins, il 'Saxophone Colossus' del jazz

Se n'è andato anche il Saxophone Colossus, a 95 anni, il giorno prima del centenario della nascita del suo amico Miles Davis. Era l'ultimo rimasto in vita di quella generazione di geni che hanno inventato le regole del jazz moderno. Sonny Rollins è stato uno dei più grandi sassofonisti della storia della musica afroamericana, un uomo che ha trascorso la vita a studiare il suo strumento e che, con la sua sonorità potente e inconfondibile, aveva trasformato in arte l'improvvisazione tematica, basata sulla capacità di inanellare sequenze praticamente infinite di variazioni sul tema principale.

Il pubblico del jazz ricorda bene che anche nelle sue ultime apparizioni live, quando l'età e gli acciacchi avrebbero lasciato intendere e forse consigliato una forma di risparmio fisico, si abbandonava a performance torrenziali che immancabilmente si concludevano con il ritmo saltellante del calypso di "Don't Stop The Carnival", che poteva durare anche 20 minuti e tutto il pubblico a ballare.

Nato a Harlem il 7 settembre 1930, aveva cominciato da ragazzino con il Be Bop e subito era diventato una star per la naturale capacità di essere originale. Ed era anche un personaggio molto turbolento e con quel fisico imponente che si ritrovava era meglio non farlo arrabbiare: era l'unico di cui aveva paura Miles Davis, che a sua volta era un tipaccio, per non dire degli impresari e dei proprietari di club come racconta nella sua preziosa autobiografia Max Gordon, il proprietario del Village Vanguard dove Rollins nel '57 incise uno storico live.

Il punto da cui nasce l'arte di Sonny Rollins è Coleman Hawkins, l'artista che ha fatto del sax tenore lo strumento principe del jazz: è sempre stato lui il punto di riferimento anche se il Saxophone Colossus ha esplorato diversi ambiti, frequentando anche l'Avanguardia ai tempi dell'impegno politico e del nascente Free Jazz. Ai tempi del Be Bop aveva suonato con i grandi innovatori, Bud Powell, Fats Navarro, lo stesso Charlie Parker e come molti di loro aveva conosciuto l'eroina a causa della quale finì in galera e praticamente per strada.

Gli anni '50 sono stati tra i più sfavillanti della sua carriera: lo dicono le registrazioni accanto a Miles Davis, a Thelonious Monk, che è stato un fondamentale compagno di avventure musicali, e soprattutto quelle con lo straordinario quintetto di Max Roach e Clifford Brown, una delle formazioni più importanti e creative della storia dell'Hard Bop. Nel frattempo aveva registrato l'album il cui titolo era diventato il suo nome di battaglia: "Saxophone Colossus", dove c'è "St. Thomas" il calypso più famoso della storia del jazz anche grazie allo straordinario assolo di batteria di Max Roach.

La storia di Rollins è segnata da un episodio famosissimo, quasi letterario. Nel 1959, al culmine del suo successo, decise di ritirarsi. Sparì al pubblico per due anni, ma non smise mai di esercitarsi. Lo faceva però sul ponte di Williamsburg che prendeva facilmente dal Lower East Side di Manhattan dove all'epoca abitava in una casa dove aveva come vicina di casa una donna incinta.

Si metteva sempre nello stesso punto e passava ore, anche 16 di fila, alla ricerca di nuove idee e di un modo di migliorare respirazione e potenza di suono. Ogni tanto veniva raggiunto da qualche amico e collega, come Steve Lacy destinato a diventare un guru dell'avanguardia.

Quando tornò sulle scene, incise un disco che non avrebbe potuto avere altro titolo: "The Bridge", con un quartetto con Jim Hall, il modello imprescindibile di Pat Metheny, John Scofield e Bill Frisell. Sonny Rollins è una figura fondamentale della storia del jazz e della cultura americana: tra quelli di scuola Hard Bop, è stato il primo sassofonista a costituire un modello alternativo a John Coltrane che era suo amico e con il quale ha registrato una delle "chase" (la sfida tra due solisti che suonano lo stesso strumento) più celebri della musica improvvisata: "Tenor Madness".

 


 

Tra i non jazzisti rimane il ricordo del suo assolo su "Waitin' On A Friend" dei Rolling Sones nell'album "Tattoo You". Da fan devoto lo aveva coinvolto Charlie Watts che, come raccontano le cronache, fu anche l'unico della band a riservargli particolari attenzioni: quanto a Mick Jagger e Keith Richards avevano come sempre da fare altro per non trattarlo come gli altri session men. Non può esistere collezione, o più tristemente playlist, di jazz senza i suoi album e i suoi assoli. Si chiude un'epoca, restano ricordi, album e anche fotografie meravigliosi.    

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