Economia

Debito Usa da record, 40 mila miliardi di dollari, perché ora è un problema per l’America

Debito Usa da record, 40 mila miliardi di dollari, perché ora è un problema per l’America

Il contatore ha superato un'altra soglia che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi irreale: 40 mila miliardi di dollari. È il debito federale lordo degli Stati Uniti, passato in appena dodici mesi da 37 mila a 40 mila miliardi. Tremila miliardi in più in un anno, la crescita più rapida mai registrata al di fuori del periodo della pandemia.

Preso da solo, il numero dice molto e allo stesso tempo rischia di dire poco. Gli Stati Uniti hanno un'economia enorme, emettono la principale valuta di riserva mondiale e possiedono il mercato dei titoli pubblici più profondo e liquido del pianeta. I 40 mila miliardi non rappresentano dunque una soglia tecnica oltre la quale scatta automaticamente una crisi. Il problema è il modo in cui gli Stati Uniti ci sono arrivati. E soprattutto quanto costa, oggi, continuare a indebitarsi.

Secondo i dati del Tesoro americano, nell'ultimo anno il debito è cresciuto in media di circa 7,9 miliardi di dollari al giorno, più di 90 mila dollari al secondo. All'inizio del secolo il debito federale lordo era inferiore ai 6 mila miliardi; negli ultimi dieci anni è praticamente raddoppiato.

Una parte di questa corsa ha spiegazioni precise. Prima la crisi finanziaria del 2008, poi la pandemia hanno richiesto interventi pubblici giganteschi. Ma oggi non c'è una recessione paragonabile a quella del 2008 e non c'è un'emergenza come quella del Covid. Eppure Washington continua a spendere molto più di quanto incassa.

Per il 2026 il Congressional Budget Office, l'ufficio indipendente del Congresso americano, stima un deficit federale di 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del Pil. Un disavanzo molto elevato in una fase in cui l'economia americana non attraversa una recessione. La domanda è inevitabile: quale spazio fiscale rimarrà quando arriverà la prossima crisi?

I 40 mila miliardi richiedono però una precisazione. Si tratta del debito federale lordo, che comprende anche titoli detenuti da fondi e organismi dello stesso governo americano. Per capire la pressione sui mercati è più significativo osservare il debt held by the public, cioè il debito nelle mani di investitori, fondi, banche, Federal Reserve e soggetti stranieri. Questa montagna supera ormai i 32 mila miliardi di dollari ed è grosso modo equivalente alle dimensioni dell'intera economia statunitense.

Secondo il Congressional Budget Office, il debito detenuto dal pubblico è pari a circa il 101% del Pil nel 2026 e dovrebbe raggiungere il 120% nel 2036, superando nel corso del prossimo decennio il precedente record storico americano: il 106% raggiunto subito dopo la Seconda guerra mondiale.

Il confronto è eloquente. Allora Washington aveva appena finanziato il più grande sforzo bellico della propria storia. Questa volta quei livelli vengono raggiunti senza una guerra mondiale e senza una depressione economica.

Ma la vera differenza rispetto al recente passato è un'altra. Per oltre un decennio Washington ha potuto aumentare il proprio debito approfittando di tassi eccezionalmente bassi. Il debito cresceva, ma rifinanziarlo costava relativamente poco. Quel mondo è finito.

Una parte dei Treasury emessi negli anni del denaro quasi gratuito deve progressivamente essere rifinanziata alle condizioni attuali. E più elevato è il tasso medio pagato dal governo, maggiore diventa la spesa per interessi. Si crea così un meccanismo difficile da interrompere: più debito significa più interessi; più interessi significano deficit maggiori; deficit maggiori richiedono nuovo debito.

Il peso è già visibile nei conti federali. La spesa per interessi sul debito ha ormai superato quella destinata alla difesa nazionale. E anche il mercato manda segnali: nell'ultima asta trentennale gli Stati Uniti hanno dovuto riconoscere il costo di finanziamento più alto dal 2001; nell'asta dei Treasury decennali di mercoledì i rendimenti sono saliti ai livelli più elevati dal 2007.

Gli investitori continuano a comprare debito americano, ma chiedono una remunerazione maggiore per assorbirne quantità sempre più grandi. Non occorre dunque immaginare una fuga dai Treasury perché il debito diventi un problema: applicato a decine di migliaia di miliardi di dollari, anche un aumento relativamente contenuto del costo medio del finanziamento può tradursi nel tempo in centinaia di miliardi di spesa pubblica aggiuntiva.

C'è poi una contraddizione politica. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo di ridurre gli sprechi federali e riportare sotto controllo i conti pubblici. Il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva indicato come obiettivo un deficit pari al 3% del Pil entro la fine del mandato.

Per ora la traiettoria è molto diversa. Il deficit è sceso dal 6,3% del Pil del 2024 al 5,9% nel 2025 e il CBO prevede un lieve ulteriore calo, al 5,8%, quest'anno. Ma rimane quasi il doppio dell'obiettivo indicato dall'amministrazione. Soprattutto, i tagli alla spesa realizzati in alcuni settori sono stati compensati dalle conseguenze della grande legge fiscale approvata nel 2025, la One Big Beautiful Bill Act, che ha prorogato e ampliato una serie di riduzioni delle tasse.

Secondo il CBO, la legge è destinata ad aumentare complessivamente il deficit di circa 4.100 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2034, rispetto allo scenario precedente. Nel conto sono compresi circa 718 miliardi di maggiori costi per il servizio del debito. A questo si aggiunge la richiesta di Trump di portare la spesa annuale per la difesa a 1.500 miliardi.

Il paradosso è evidente: Washington promette disciplina fiscale mentre continua ad approvare politiche che rendono quella disciplina sempre più difficile.

Il problema, però, non appartiene soltanto a Trump. Democratici e repubblicani hanno contribuito, in fasi diverse, all'espansione del debito americano ed entrambi hanno evitato di affrontare fino in fondo i grandi capitoli strutturali del bilancio: previdenza, sanità, difesa e sistema fiscale. Per molti anni questo rinvio è stato reso relativamente indolore dal basso costo del denaro. Ora non lo è più.

Questo non significa che gli Stati Uniti siano vicini a una crisi del debito sul modello di un Paese emergente. Washington prende a prestito nella moneta che essa stessa emette; il dollaro rimane la principale valuta di riserva internazionale e i Treasury sono al centro del sistema finanziario globale. Il rischio è più lento e probabilmente più insidioso.

Una quota crescente delle risorse federali deve essere destinata a pagare gli interessi sul debito accumulato in passato: soldi che non possono essere utilizzati per infrastrutture, ricerca, welfare, riduzione delle tasse o difesa. E la dinamica, secondo il CBO, non è destinata a correggersi spontaneamente. L'invecchiamento della popolazione farà aumentare la spesa per Social Security e Medicare, mentre gli interessi assorbiranno una quota crescente delle risorse federali. Nel 2036 il deficit potrebbe arrivare a 3.100 miliardi di dollari, pari al 6,7% del Pil.

L'America conserva un privilegio che nessun altro grande debitore possiede nella stessa misura: il mondo continua ad avere bisogno di dollari e di Treasury. Questo consente agli Stati Uniti di sostenere livelli di indebitamento che metterebbero sotto pressione quasi qualsiasi altro Paese. Ma anche questo privilegio ha un prezzo.

Non serve che gli investitori smettano di comprare debito americano. È sufficiente che, davanti a emissioni sempre più grandi e a una politica fiscale che non mostra ancora una credibile inversione di rotta, pretendano di essere pagati di più per continuare a farlo. Ed è forse questo, più dei 40 mila miliardi, il numero che Washington dovrà cominciare a guardare.

20 ago 2026 | 08:30

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