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Ebbene sì, l’immagine qua sotto è una provocazione dell'intelligenza artificiale: Vladimir Putin nei panni di un ayatollah. Il leader russo simile a un leader clericale iraniano. Chiaro che me la sono inventata in una domenica di caldo, ma cosa c'è dietro di vero?
C’è di vero il dato che riproduco qua sotto, generato da Google Trends: a ieri sera le ricerche più frequenti in Russia degli ultimi sette giorni (e delle ultime 24 ore) sui motori di ricerca di Google riguardavano il «Terminal petrolifero di San Pietroburgo» e la generica parola «attacco». Centinaia di migliaia di russi cercano notizie sulla massiccia operazione ucraina di droni a lungo raggio che nella notte fra il 3 e il 4 luglio hanno colpito alcune grandi infrastrutture petrolifere del loro Paese sul Baltico. Ma dietro quelle ricerche in rete c’è un significato più ampio. Gli attacchi ucraini in territorio russo, a oltre cento chilometri dal confine, stanno accelerando. Secondo l’Economist erano stati 335 dall’inizio della guerra fino a tutto il 2024, poi 658 nel 2025 e quest’anno procedono a un ritmo che dovrebbe superare quota 800, con più precisione e maggiori cariche esplosive.
Questa campagna a sua volta sta definitivamente mandando in frantumi l’illusione che Vladimir Putin aveva cercato di creare. Per anni aveva presentato ai suoi concittadini quella in Ucraina come una «operazione militare speciale» che non avrebbe avuto effetti sulle loro vite, se non per chi avesse voluto cogliere l’opportunità di un rapido guadagno arruolandosi. Ora invece tutto è diverso. La popolarità del presidente si sta erodendo, le pressioni finanziarie sul governo sono reali e Putin stesso ha dovuto ammettere i «problemi» legati alla disponibilità di carburanti a causa degli attacchi alle raffinerie (ne parlavo in questa newsletter già una decina di mesi fa).
Tutto questo tuttavia non significa che la Russia si stia preparando a un compromesso. Al contrario, le dinamiche in atto vanno di pari passo - appunto - con una sottile trasformazione in senso iraniano del regime. A Teheran la guerra ha spostato le lancette del potere dai religiosi e dai politici verso il corpo militare intransigente dei Guardiani della rivoluzione islamica. A Mosca invece sta accadendo qualcosa del genere dai vertici politici e burocratici a favore dei servizi segreti, in particolare l'Fsb (erede post-sovietico del Kgb). Andrei Kolesnikov, dissidente moscovita bollato come «agente straniero», mi ha detto: «Immagino che i servizi speciali si stiano trasformando in una società di gestione della Russia».
In questo Putin è davvero nel ruolo di un ayatollah: è ancora la guida suprema, mantiene la parola decisiva, ma dietro il sé sta prendendo spazio un mondo opaco e tutt’altro che benigno. Ciò ha implicazioni profonde, e immediate, anche per la politica italiana ed europea ed il modo in cui essa viene condotta. Vediamo.
Intanto è il caso di ricordare qualche indizio dell’ascesa dell’influenza dell’Fsb sul Cremlino e sulla politica russa negli ultimi mesi. Il primo è passato per lo più inosservato, ma si avverte subito la potenza del richiamo storico che esso rappresenta. Il primo gennaio è entrata in vigore una «riforma» che trasferisce all’Fsb la gestione di alcune grandi prigioni (inclusa la famigerata Lefortovo di Mosca, ma anche a San Pietroburgo e in Crimea) per la detenzione di prigionieri accusati di alto tradimento, spionaggio, collaborazione segreta con Stati esteri, «terrorismo» ed «estremismo». In pratica, tutto l’armamentario pseudolegale della nuova autocrazia russa. La riforma - in realtà una controriforma che riporta la Russia a una pratica di epoca sovietica - è in vigore da aprile. Il servizio segreto adesso non solo detiene, ma trasporta sui propri mezzi i prigionieri e soprattutto è incaricato di condurre le indagini su di essi. In altri termini, diventa sempre più centrale e influente nel gestire l’apparato della repressione.
Non è il solo segno del suo rafforzamento. Ho raccontato qua già il 13 aprile - prima che ne arrivasse conferma nelle settimane seguenti - come le chiusure di Internet soprattutto a Mosca abbiano iniziato a intaccare seriamente l’aura di popolarità di Putin. Adesso però è diventato evidente anche il ruolo esclusivo dell’Fsb nel convincere il dittatore a imporre quelle stesse chiusure di Internet. È stato il servizio segreto a proporle al Cremlino e ad ottenere ciò che voleva, anche a costo di un calo di Putin stesso nei sondaggi. È possibile del resto che questi non avesse compreso bene le implicazioni. Mi dice Pyotr Mironenko, un dissidente che dirige dall’estero il sito giornalistico The Bell, con ottime fonti nelle cerchie del potere a Mosca: «Putin non capisce realmente come funziona Internet, perché non lo usa». Di certo l’intero episodio ha confermato l’ascesa del servizio segreto, che del resto Putin stesso diresse nel 1998-99.
C’è poi un terzo indizio. In marzo sempre Putin ha convocato gli oligarchi più ricchi della Russia e ha chiesto loro un contributo finanziario «volontario» allo sforzo di guerra. È stato un tentativo (riuscito) di estorsione che non avrà fatto nulla per rafforzare la popolarità dell’«operazione militare speciale» in certi settori delle élite degli affari. Ma guardate chi ha proposto l’idea e convinto il capo a metterla in pratica: Igor Sechin, oligarca in proprio in quanto amministratore delegato del colosso pubblico del petrolio Rosneft, ma soprattutto espresso dai servizi segreti e fra i più vicini a questi nell’establishment moscovita.
È decisamente presto per concludere che Putin sia in declino, avviato a divenire poco più di una figura di facciata degli «uomini della forza» più giovani dietro di lui. Non è così, oggi. «Quella del leader in Russia è sempre una figura estremamente simbolica», mi dice Mironenko. Ma è innegabile che quattro anni e mezzo di una guerra feroce e frustrante abbiano messo in moto qualcosa di profondo nei meccanismi del potere a Mosca.
Qualcosa di profondo sì, però non nel senso di una ritrovata moderazione. La foto sopra è cruda: ho scelto di mostrarla solo perché è molto emblematica di ciò che sta accadendo nel cuore della Russia oggi: si tratta di un fermo-immagine da un video che sta ancora girando sui social media del Paese, datato alla fine del mese scorso in una cittadina dell’oblast di Penza, nella Russia europea. Un uomo senza gambe - non è chiaro se le abbia perse in guerra - sta cercando di bloccare alcuni soldati e chiede loro di lasciar stare i giovani del posto. «Andatevene!» urla, minacciandoli con un coltello. «Alle madri non restano più figli! Dopo cosa direte loro, idioti?! Stanno portando via i nostri ragazzi e non c’è nessuno che ci difende. Ma io sono senza le gambe e li difenderò. Questi stanno qui e afferrano la gente giovane che non riesce a difendersi da sola», dice a proposito soldati.
Non è un caso unico. In queste settimane la rete di sta riempiendo di video, spesso subito rimossi, di popolazione locale furibonda che circonda le auto o i bus della Guardia nazionale russa, mentre questa cerca di portare via uomini fermati a caso per strada o irrompendo nelle case. Dal mese scorso si accumulano moltissime testimonianze di operazioni del genere - rastrellamenti sistematici di uomini da mandare in guerra - soprattutto da Penza e dal suo oblast, ma anche da territori dell’Estremo oriente come Primorye (Vladivostok) o Khabarovsk. Continuano a tornare ovunque anche i racconti delle pressioni su studenti e studentesse di centinaia di scuole e università perché si arruolino, dietro minaccia di espulsione dagli studi.
Anche questo è un segno della fine del fragile patto che Putin aveva offerto ai russi con l’«Operazione militare speciale». L’idea era che nessuno sarebbe stato costretto a combattere, perché l'avrebbero fatto solo dei volontari ben pagati. Solo all’inizio dell'autunno del 2022 Putin aveva tentato una parziale mobilitazione obbligatoria dopo i rovesci del settembre di quell’anno, ma gli effetti disastrosi di quell’esperimento lo avevano indotto a non riprovarci: crollo della popolarità e dell’accettazione della guerra fra i russi e soprattutto fuga all’estero di almeno 700 mila uomini nel pieno delle forze. Ora tutto questo sta cambiando dopo quasi un milione e mezzo fra morti e feriti russi, mentre il passo al quale l’esercito di Mosca avanza si è ridotto a un quinto del già deludente e drammatico 2025. Ma tutto questo cambia nel tipico stile dei servizi segreti, in modo non dichiarato: le persone vengono portate via con la forza per mandarle al fronte, senza che sia mai annunciata ufficialmente un’altra mobilitazione.
Dopo le sconfitte drammatiche dell’autunno del 2022, gli americani intercettarono il comandante delle forze russe in Ucraina, Sergei Surovikin, mentre discuteva il ricorso a un’arma nucleare tattica se gli ucraini avessero sfondato in direzione della Crimea occupata. E anche oggi, nel pieno delle difficoltà di tornano le stesse voci dalla Russia: a The Bell un protagonista dotato di legami con il Cremlino ha fatto sapere che «la prospettiva di usare armi nucleari tattiche si sta avvicinando».
Questo non significa che sia vero. Putin sa che l’uso dell’atomica metterebbe in crisi il rapporto con la Cina di Xi Jinping e porterebbe all’isolamento della Russia anche fra le potenze emergenti che, in qualche modo, l’hanno sostenuta fin qui. Né ciò significa che nelle élite politico-militari di Mosca tutti siano d'accordo anche solo sul parlarne. Ma i russi, palesemente, tengono a far sapere che questa minaccia esiste. È un ennesimo segno che non si preparano al compromesso, come si vede anche dalle crescenti minacce ai Paesi europei. Ma proprio per questo è importante capire cosa tiene accese le loro speranze di potere ottenere un risultato credibile in Ucraina in futuro, spingendoli a proseguire in questa guerra insensata e disastrosa per il Cremlino. Perché è su questo che l’Europa (Italia inclusa) può fare molto.
La realtà è che la guerra non va molto male per la Russia solo da qualche mese, ma almeno da un anno e mezzo o più. A chi guarda i fatti ed evita la propaganda - gratis o dietro compenso, non importa - è chiaro da un pezzo che l’intero modello russo dell’invasione di terra sia un catastrofico fallimento. Ma per molto tempo Donald Trump è stato il fattore che ha spinto il Cremlino a insistere nella sua tattica perdente. Le élite russe hanno pensato fin dal 2023-2024 e poi ancora di più nel 2025 che la prospettiva e poi la realtà del ritorno tycoon alla Casa Bianca avrebbe dato a Mosca l’aiuto decisivo per piegare l’Ucraina. I punti più intensi di questo ciclo psicologico sono stati il maltrattamento di Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale nel febbraio e il vertice Trump-Putin ad Anchorage nell’agosto del 2025.
Questa speranza si è paradossalmente ritorta contro il Cremlino. Il fatto che l’amministrazione americana abbia smesso di sostenere l’Ucraina ha liberato le mani di Kiev nel portare gli attacchi alla Russia, che la Casa Bianca dal 2022 aveva sempre chiesto a Zelensky di evitare. Oggi Trump infatti non ha più leve per fare pressione su Kiev, non potendo più minacciarla di togliere aiuti ormai interrotti da un pezzo. E Mosca si trova presa di mira dai droni ucraini come mai prima.
Però il Cremlino ora coltiva una nuova speranza, che lo spinge ad andare avanti invece di cercare una tregua: entro l’estate del 2027 si vota in Francia, in Spagna e probabilmente in Italia. Putin e i suoi hanno perso con l'ungherese Viktor Orbán il loro tradizionale cavallo di Troia nell'Unione europea. E l'Unione europea conta molto, perché ormai è l'unica vera grande potenza a sostenere l'Ucraina. Ma ora i russi contano almeno sull’arrivo all’Eliseo di un candidato del Rassemblement National non ostile a Mosca e contrario ad aiutare Kiev. Contano anche su una nuova maggioranza di destra in Italia con due partiti filo-russi (la Lega di Matteo Salvini e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, nella foto sopra) o di sinistra con un Pd esitante sull’Ucraina e i 5 Stelle francamente più che freddi verso Kiev. Così, in questa fase, l’andamento della politica italiana è parte della ragione che spinge i russi a insistere nella guerra. Contano sul fatto che ne valga la pena perché, a loro avviso, Francia e Italia fermeranno - o freneranno - gli aiuti dell’Europa all’Ucraina; Mosca avrà allora un’altra opportunità di prevalere.
Per questo è così dannoso oggi - per la condotta presente della Russia - che il governo italiano freni già in sede Nato in questi giorni sui pochi fondi in gioco a favore di Kiev. Per questo è così dannoso che a destra non si dica chiaramente che non ci si alleerà mai con un putiniano come Vannacci; e a sinistra non si faccia chiarezza su questi temi. Lo spettacolo offerto della politica italiana è fra i fattori che oggi stanno danno speranza a Mosca - la speranza di trovare un giorno un altro cavallo di Troia, un altro sabotatore del fronte democratico - e spingono i russi ad insistere, a bombardare. Non dico sia una speranza fondata; conto anzi sul fatto che l’Italia alla fine farà comunque la sua parte per l’Ucraina e, con essa, per l'Europa.
Ma anche solo coltivare l’ambiguità crea seri danni e lo fa oggi, subito, perché sta contribuendo a cambiare i calcoli dei russi. Dovremmo smettere.
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6 lug 2026 | 08:46