Dopo i disastri meteo di marzo, il governo ha riconosciuto lo stato di emergenza (per 12 mesi) per Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia, dopo aver assunto a gennaio un analogo provvedimento per Calabria, Sardegna e Sicilia a causa del «ciclone Harry». Nelle settimane scorse la Toscana ha avviato il processo per definire lo stato di emergenza regionale e la stessa cosa sta facendo la Lombardia dopo i danni provocati a Cremona e in altre province. La lunga estate calda non è ancora finita, il 2026 men che meno e l'elenco potrebbe dunque allungarsi. Ma ce n'è purtroppo già abbastanza per constatare che l'eccezione sta diventando la regola e l'emergenza una sorta di nuova, devastante normalità.
Del resto, non c'è troppo da stupirsi. Come ha scritto qualche tempo fa sul Corriere la fisica Gabriella Greison, «oggi non stiamo osservando semplicemente qualche grado in più. Stiamo osservando un sistema che modifica il proprio modo di funzionare. Chi continua a ripetere "anche una volta faceva caldo" sta descrivendo il tempo atmosferico. La climatologia studia il clima. Sono due livelli diversi». Per essere più chiara, aveva fatto questo esempio: «Immaginate di lanciare un dado. Esce sei. Succede. Lo rilanciate. Esce ancora sei. Può succedere. Lo rilanciate mille volte e il sei continua a uscire quasi il doppio di quanto dovrebbe. A questo punto nessun fisico direbbe: "Beh, anche prima usciva il sei". Direbbe una cosa molto diversa. È cambiata la distribuzione delle probabilità. Ed è esattamente quello che osserviamo nel clima. Non è il record di oggi a raccontare qualcosa. È il fatto che i record arrivino sempre più spesso. Che vengano battuti con margini maggiori. Che durino più a lungo. Che si presentino contemporaneamente in regioni diverse del pianeta».
Tim Palmer, fisico e matematico britannico che si è occupato per una vita di previsioni meteoclimatiche, oggi membro della Royal Society, in un intervento sull'Economist ricorda che, quest'estate, il clima è stato «brutale» (parole sue), anche nel sud dell'Inghilterra, dove vive: «Ondate di calore eccezionali e periodi di siccità da record. I binari ferroviari si sono deformati, interrompendo i trasporti, e i raccolti sono diminuiti drasticamente, con gli agricoltori che avvertono del rischio di carestie il prossimo anno». Palmer aggiunge, però, una cosa che dovrebbe far rabbrividire, anche se si parla di ondate di calore: gli eventi estremi stanno andando molto oltre il previsto.
Da fisico, Palmer lo spiega in questi termini: «Le previsioni, forse familiari, di "inverni più caldi e umidi, estati più calde e secche" descrivono quello che viene definito l'aspetto "termodinamico" del cambiamento climatico: la conseguenza generica del fatto che le temperature superficiali globali si stanno riscaldando a causa delle emissioni di gas serra e che un'atmosfera più calda contiene necessariamente più vapore acqueo. (...) Comprendiamo molto bene questo segnale termodinamico, anche perché la fisica sottostante è semplice. Ma nulla di tutto ciò è direttamente rilevante per quanto accaduto quest'estate. La causa immediata della siccità è stata un persistente sistema di alta pressione – un anticiclone – stazionatosi su gran parte dell'Europa occidentale dalla tarda primavera in poi. Questo anticiclone ha deviato le precipitazioni lontano dall'Europa. Per capire perché quest'estate sia stata così secca e calda, dobbiamo prima comprendere le cause di questo anticiclone eccezionalmente persistente».
Qualcosa di analogo sta accadendo anche nel Mediterraneo, come ha confermato, dopo la disastrosa «supercella» di Cremona, Antonello Pasini, fisico del clima al Cnr, al nostro Alessio Ribaudo: «L’anticiclone africano sta sostituendo sempre più spesso quello delle Azzorre. Questo porta più calore sul Mediterraneo e sulla terraferma». Ma se venisse confermato che sono i cambiamenti climatici a influenzare formazione e persistenza degli anticicloni la faccenda, spiega Palmer, si complicherebbe parecchio. «In tal caso, i cambiamenti climatici non solo influenzano la termodinamica dell'atmosfera, ma ne modificano anche la "dinamica". Questa è una distinzione cruciale. Per comprendere i cambiamenti climatici a livello regionale, non basta pensare al clima semplicemente come a una gigantesca macchina a vapore che riscalda e umidifica l'atmosfera man mano che immettiamo più carbonio fossile; dobbiamo anche monitorare e prevedere le forze e i movimenti delle singole componenti – gli ingranaggi – che costituiscono il sistema climatico, in particolare l'atmosfera e gli oceani. In questo secondo scenario, il cambiamento climatico sta influenzando gli stessi modelli di circolazione atmosferica, comprese le correnti a getto che determinano come e dove si formano gli anticicloni».
Purtroppo, fare previsioni che includano l'aspetto «dinamico» del cambiamento climatico, oltre a quello «termodinamico», è tutt'altro che semplice, ammette Palmer: «Produrre dati modellistici a supporto di queste osservazioni è una sfida: a differenza dell'aspetto termodinamico, le dinamiche del cambiamento climatico sono eccezionalmente complesse e altamente non lineari, e possono essere affrontate quantitativamente solo utilizzando i modelli climatici più avanzati». Proprio per questo Palmer sostiene da molti anni che i centri climatici nazionali di tutto il mondo dovrebbero mettere in comune le risorse umane e informatiche per consentire la costruzione di modelli globali ad altissima risoluzione. «Difficilmente riesco a immaginare una questione più importante e urgente del sapere se stiamo superando dei punti di svolta climatici cruciali» dice.
Per quel che lo riguarda, chiamatelo pure pessimista ma teme che il superamento di quei punti di svolta sia probabile: «È possibile che a breve supereremo una sorta di punto di non ritorno in cui gli effetti dinamici del cambiamento climatico saranno così forti che la persistenza di anticicloni diventerà presto una probabilità estremamente elevata ogni estate. Se questo è lo scenario che ci troviamo ad affrontare, non possiamo permetterci il lusso di adattarci alla nuova normalità climatica nei prossimi dieci o vent'anni. Dobbiamo in qualche modo adattarci immediatamente».
Posto che l'adattamento, in molti Paesi del mondo, è troppo costoso per poter essere affrontato da chi ci vive, che ha poche alternative tra fuggire o morire (il che dovrebbe essere un monito a occuparsi anche di mitigazione delle cause, leggi emissioni fossili, e di aiuti globali a chi non causa ma subisce pesantemente i cambiamenti climatici, come il Nepal), chi ha qualche chance di «adattarsi» lo sta facendo? Oggi è la Giornata mondiale di preghiera per la Cura del Creato e Avvenire ospita un editoriale dell'economista Enrico Giovannini, ex ministro, con i governi Draghi e Letta, e ora direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). La sua analisi del caso italiano è impietosa: «Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), approvato dal governo nel dicembre 2023 dopo anni di discussione, non ha cambiato la direzione della politica italiana. Le 361 azioni individuate coprirono azioni in tanti settori (trasporti, energia, risorse idriche, agricoltura, foreste e pesca, dissesto geologico, idrologico e idraulico, ecosistemi acquatici, marini, terrestri, insediamenti urbani, patrimonio culturale, salute, turismo). Peccato, che da allora ben poco è avvenuto (ci sono voluti due anni per costituire il Comitato chiamato a coordinarne l’attuazione) e, come riconosciuto anche dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, mancano i fondi per attuarlo».
Il conto dei danni legati al cambiamento climatico è sempre più alto, ma continua ad essere considerato una specie di «imprevisto». «Trovo incredibile (e lo dico da economista) - scrive Giovannini - che i giornali siano ogni giorno pieni di previsioni economiche che spesso differiscono per uno o due decimali, mentre quelle relative al clima, ben più robuste sul piano metodologico, sono citate marginalmente. Ma soprattutto, trovo colpevole l’atteggiamento di chi già parla di manovre economiche per il 2027 senza citare l’assoluta necessità non solo di accelerare le azioni di mitigazione della crisi climatica (puntando sulle rinnovabili), ma anche di investire sull’adattamento ad essa, come altri Paesi europei stanno facendo». (Il governo Meloni rivendica il record di produzione elettrica da energie rinnovabili, ma associazioni come Legambiente obiettano che si dovrebbe fare molto di più e meglio)
La buona notizia è che, volendo, un elenco di cose urgenti da fare è già pronto, secondo l'ex ministro: «Creare immediatamente un Comitato interministeriale presieduto dalla Presidente del Consiglio per affrontare la crisi climatica in tutte le sue dimensioni, specialmente in termini di adattamento e prevenzione dei rischi (si pensi alla salute e alle infrastrutture). Si dovrebbe inserire nella prossima legge di Bilancio uno stanziamento significativo pluriennale per attuare il Pnacc, orientando a tal fine anche i fondi europei del ciclo 2021-27 e del prossimo ciclo 2028-34, e studiando forme di agevolazione fiscale per i soggetti più deboli per accedere a forme assicurative (pensiamo alle circa 10 mila auto danneggiate a Cremona), anche per evitare che i costi della crisi rendano insostenibile la situazione della finanza pubblica. Dovremmo poi aggiornare il Pnacc sulla base delle informazioni scientifiche più recenti e coinvolgere le grandi imprese (specialmente quelle operanti nei settori dei trasporti, dell’energia, delle infrastrutture, delle utilities) per definire piani strategici che tengano conto dei rischi climatici».
La cattiva notizia è che, con tutta probabilità, continuerà invece la corsa ad appiccicare l'etichetta di «ambientalismo ideologico» a ogni misura dal sapore vagamente «green» e a considerare le Greison, i Palmer e i Giovannini come delle petulanti Cassandre. Almeno fino alla prossima catastrofe.
2 set 2026 | 10:12