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Il Giro d'Italia è in piena salute, ma il ciclismo italiano in crisi: si segua il modello danese, e anche lo Stato faccia la sua parte

Il Giro d'Italia è in piena salute, ma il ciclismo italiano in crisi: si segua il modello danese, e anche lo Stato faccia la sua parte

Il Giro d'Italia che si è appena concluso a Roma sta benissimo, il ciclismo italiano molto meno. Le statistiche non mentono: per la prima volta nella storia (109 edizioni) non c'è un azzurro nei primi sette. Entrambi gregari, Davide Piganzoli, ingaggiato dalla Visma come spalla del vincitore Vingegaard fino al 2028, si è piazzato 8°; Damiano Caruso, 38 anni, nono. I capitani Giulio Ciccone e Giulio Pellizzari, 20° e 21°, hanno beccato un'ora da Vingo. 

Nel 2006, quando trionfò Ivan Basso
, c'erano nove italiani nei primi venti. Non vinciamo un Giro dal 2016 (Nibali), non saliamo sul podio dal 2021, con Caruso, secondo. Non c'è nessun azzurro nei primi dieci del ranking mondiale, il migliore dei nostri è Christian Scaroni, 14° con un quinto dei punti del leader maximo Pogacar.

Il numero di praticanti agonisti in età giovanile (12/16 anni) è in calo progressivo, quello delle società attive e delle gare in caduta libera: con 50 milioni di abitanti, registriamo lo stesso contingente di giovani agonisti della Danimarca che ne ha 6 milioni. Il numero di famiglie che avvia i propri figli al ciclismo fuoristrada è stabile, quello di chi sceglie per ragazzi la strada si riduce per i troppi pericoli e i sempre meno volontari disposti a proteggere (in auto o moto) i giovani durante gli allenamenti: da Roma in giù il movimento è ormai marginale, regioni storiche come Toscana ed Emilia sono in crisi, la Lombardia soffre.

Nella Slovenia di Pogacar e nella Danimarca di Vingegaard ci sono migliaia di chilometri di itinerari protetti, nel Belgio e nell'Olanda di Evenepoel, Van Aert e Van Der Poel c'è una cultura di profondo rispetto verso chi pedala, in Francia una federazione che conduce i ragazzi per mano. Ovunque abbondano velodromi o ciclodromi, noi (che siamo il secondo Paese europeo per numero di decessi in bici) restiamo l'unica nazione senza un anello coperto pubblico

La Federciclismo non può farsi carico di strutture costosissime, il bilancio può quadrare solo se interviene lo Stato (come fa con palazzetti e campi di calcio) realizzando che in un Paese civile un velodromo vale quanto una piscina e forse di più.

C'è un problema di tecnici qualificati: gli allenatori del ciclismo giovanile italiano sono ex corridori o volontari formati nei corsi federali ma in nessuna facoltà di Scienze motorie, tra un corso di zumba e uno di baseball, è previsto l'insegnamento del ciclismo, uno degli sport più complessi dal punto di vista fisiologico e metodologico. C'è ancora il discorso degli sbocchi professionali: dei 35 corridori italiani oggi nel ranking dei migliori 300 al mondo soltanto due gareggiano in team tricolori, con budget minimi e accesso limitato alle corse importanti. 

Chi ha qualità emigra già a 18 anni e — salvo rari casi — per fare il gregario. Al Giro del 1996 c'erano 13 squadre azzurre su 18, quest'anno due su 23 e solo grazie alle wild card degli organizzatori. Senza un grande team, mancano i riferimenti.

Per uscire dall'impasse parola a Luca Guercilena, manager di Lidl-Trek, una vita nel ciclismo partendo dal ruolo di allenatore. «I problemi in Italia sono seri e serve un approccio radicale — spiega Guercilena — magari imitando il basket, il calcio e il volley dove esistono la serie A, la B e via dicendo. A 18 anni nel ciclismo ti scontri già con il Pogacar della situazione e dopo sei mesi smetti (tra i 14 e i 18 anni gli abbandoni toccano il 70% dei tesserati, ndr) perché arrivare sempre in coda è umiliante. In Danimarca, come in passato da noi, ci sono gare di prima, seconda, terza categoria a prescindere dall'età. Poter correre in seconda categoria senza finire ultimo significa mantenere la motivazione, divertirsi e avere il tempo di maturare».

E sul fronte sicurezza? «Prendiamo atto del contesto drammatico — chiude Guercilena — e fino a 16 anni mandiamo i ragazzi solo in velodromi e circuiti protetti ad imparare a guidare bene la bici. Poi, una volta a settimana, portiamoli ad allenarsi su strada, proteggendo il gruppo davanti e dietro con auto con il lampeggiante, come per i trasporti eccezionali. Se vogliamo che il ciclismo italiano sopravviva dobbiamo usare ogni arma possibile».

2 giugno 2026, 07:24 - Aggiornata il 2 giugno 2026 , 07:24

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