Dicevano, forse per umanizzarlo, forse per compensare il suo sovrumano talento di leggere il gioco e scannerizzare il campo, che non sapesse esprimersi. Che non riuscisse a parlare; figurarsi a scrivere.
Le tre pagine in cui Lionel Messi, il più grande calciatore di tutti i tempi (Maradona è fuori classifica), ha annunciato il ritiro dalla Nazionale argentina, sono un distillato di sentimento, scritte in stampatello: come il diario di un ragazzo, come un messaggio d’addio, come una lettera d’amore.
Basterebbero due espressioni per dire e capire tutto. «Ya no tengo más para dar»: non ho più niente da dare. Non ce la faccio più. Ho dato tutto.
Messi precisa di aver scritto l’addio due giorni dopo la finale. Quel pomeriggio, sul prato del MetLife Stadium del New Jersey, Leo ha prosciugato tutte le sue energie. Ha camminato - più che corso - per oltre 120 minuti, cercando invano nel suo magico repertorio il colpo a sorpresa, la scintilla, il gioco di prestigio che avrebbe capovolto un finale già scritto. Però non aveva più nulla da tirar fuori dal cilindro. Non ha partecipato alla rissa con gli spagnoli, a differenza dei compagni, ma non ha avuto neppure la lucidità o la forza di fermarli. È uscito dal campo piangendo, con le scarpe in mano. (Avevo già visto quel gesto. Ero andato al Camp Nou a tifare Messi con il Barcellona. Quella sera prese tre pali. Il Barça batté lo stesso la Real Sociedad; ma lui si tolse le scarpe e le gettò ai tifosi, come a dire: con queste non gioco più. L’addio dopo la finale, però, era di altro tipo. Era definitivo).
L’altro passaggio-chiave è all’ultima riga: «Después de lo de mi papà», dopo la cosa di mio papà, dopo quello che è successo a mio padre. Il padre di Lionel Messi, Jorge, è morto. E il figlio ha interpretato la sua scomparsa come un segno. La conferma che una stagione si era chiusa, che un tempo era finito.
Dopo la vittoria al Mondiale in Qatar si disse che Messi avrebbe finito con la Seleccion, e forse con il calcio. Lui disse: «No, voglio ancora giocare qualche partita da campione del mondo». È riuscito a portare l’Argentina in fondo a un altro Mondiale. Dopo la sconfitta in America si disse al contrario che Messi avrebbe continuato, per giocare il girone eliminatorio del 2030 in casa (se non sarà ripensata, la formula di Infantino vorrebbe che Argentina, Uruguay e Paraguay ospitino il proprio girone, prima delle partite a eliminazione diretta da giocarsi tra Spagna e Marocco). Invece Messi aveva già deciso di lasciare. «Aparte vienen chicos muy grandes atras que merecen estar»: dietro di lui vengono grandissimi ragazzi che meritano di entrare in campo; e chissà se tra questi, muscoli permettendo, non potrà esserci Paulo Dybala, che non sarà più un «chico» ma ha sei anni e mezzo meno di Leo.
Ce l’eravamo detti: se è vero che ognuno, al momento della morte, si vede passare davanti tutta la propria vita, allora nel momento se possibile ancora più doloroso della morte sportiva, al fischio conclusivo della finale mondiale, davanti ai suoi occhi sono passate decine di immagini. Il pallone che da bambino gli arrivava al ginocchio. Nonna Celia che grida: «Fate giocare il piccolino!». La prima volta che con quel pallone per lui enorme entrò in porta, dopo aver dribblato l’intera squadra avversaria. La diagnosi piena di parole strane: ipopituitarismo, deficienza di secrezione di somatotropina; insomma, non cresceva, a tredici anni era alto un metro e 48 e lo chiamavano «enano». Il padre Jorge, operaio in un'acciaieria, che attraverso certi cugini catalani fa arrivare al Barcellona la videocassetta con le sue giocate. Il tovagliolo su cui fu firmato il primo contratto con il Barça. Antonela, la ragazzina che lui amava da sempre, e che all’improvviso lo ricambiò. I primi gol, la prima Liga, la prima convocazione in Nazionale, la prima espulsione dopo 40 secondi, per una gomitata all’ungherese che lo teneva per la maglia; a proteggerlo intervenne un difensore alto una spanna più di lui che portava il suo stesso nome, Lionel Scaloni.
Messi ha tenuto a dirlo, in quelle tre bellissime paginette: «Giuro che ho sempre dato tutto per questa maglia, non solo negli ultimi anni in cui abbiamo vinto tutto, ma anche prima». Prima; quando dicevano che fosse più catalano che argentino, quando vomitava in campo, quando con l’Albiceleste non riusciva a esprimersi al meglio, non perché non ci tenesse, ma perché ci teneva troppo.
E ora che la morte sportiva è arrivata davvero, ora che non vedremo più Messi in una competizione internazionale, è il momento di contraccambiare il suo saluto: adios Leo, come te nessuno più.
31 agosto 2026, 20:01 - Aggiornata il 31 agosto 2026 , 20:07