I l titolo è ispirato a una riflessione di un attore enigmatico e spiazzante come John Malkovich: «Si vive senza capire granché, quando si afferra il senso della vita è ora di morire». È la confessione di Corrado Augias, posta a conclusione del suo libro La vita s’impara: «Anch’io sono vissuto a lungo senza capire granché. È il mio più profondo rammarico; ora so che la vita s’impara e va un po’ meglio, però s’è fatto tardi». Non un’autobiografia in senso ortodosso, piuttosto un racconto che ha il calore e l’empatia della conversazione tra amici, che ci insegna che la vita s’impara soprattutto se non si perdono curiosità intellettuale e passione civile. Per dirla con Augias, un libro che restituisce «l’educazione di un italiano». Lo scrittore e giornalista, 91 anni, conduttore di trasmissioni tv come «La torre di Babele» su La7, attraversa la trasformazione dell’Italia: «Siamo stati i derelitti figli di un Paese prima occupato e oppresso poi liberato, sempre però a opera di eserciti stranieri che sono andati per anni su e giù per la penisola come accadeva nell’Italia del Cinquecento, quella terribile descritta da Guicciardini e da Machiavelli».
Un Paese in prevalenza agricolo e patriarcale con una cupa religiosità esasperata dalla superstizione, elemento oggi marginale, «con molti vantaggi in termini di libertà ma anche con alcuni svantaggi in termini di convivenza». Ancora: «Noi italiani abbiamo nel mondo un’immagine compromessa dai nostri errori, dalle scelte sbagliate, peggio ancora dagli ondeggiamenti che hanno accompagnato certe scelte, dai ripensamenti e dalle giravolte, un’immagine spesso lesionata a priori, per così dire, dalla bassa considerazione che abbiamo noi, di noi stessi. La porca rogna dell’autodenigrazione, la chiamava Carlo Emilio Gadda». Augias propone anche una rielaborazione del concetto di eroismo, lontano dalla retorica del passato: «Accanto agli eroi dei busti e dei monumenti, ho cominciato a considerare gli oscuri protagonisti della vita quotidiana, quelli che ogni mattina escono da casa, affrontano un viaggio disagevole su trenini scassati perché sentono di avere un dovere da compiere. Quelli che in un ufficio di poca importanza, con una mansione di poca importanza, fanno il loro dovere meglio che possono». Nessuno li chiama eroi: «Infatti non lo sarebbero — se però l’Italia fosse un Paese diverso, se quelli che il loro dovere invece lo scansano fossero oggetto di una qualche sanzione anche solo morale. Invece, proprio la modestia dell’esempio da loro offerto può farli considerare eroi».
Dalla seconda parte di un libro che, per ammissione del suo autore, spesso procede zigzagando e «andandosene per conto suo», emerge invece il nutrito pantheon di Augias. Dagli scritti di Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e Ludwig Feuerbach, che «ha avuto un’importanza fondamentale nella mia concezione della spiritualità. Potrebbe essere stato lui a farmi capire che tra religione e spiritualità c’è una profonda differenza. Si può non appartenere a una religione ed essere profondamente spirituali come era lui. La spiritualità è una dimensione che va conquistata e che qualche volta la religione, intesa come obbedienza a un sistema di riti, di cerimonie, di formule, di preghiere, impedisce». Per arrivare al prediletto Baruch Spinoza, nella cui visione morale, secondo Augias, è latente l’idea che «non c’è vita razionale senza intelligenza e che le cose sono buone solo nella misura in cui aiutano gli uomini a fruire della vita della mente, definita dall’intelligenza». E poi Ernest Renan, Orazio con le «Satire», Lucrezio con il «De rerum natura», Giacomo Leopardi e Walt Whitman. Fino alla scoperta di Raymond Aron, del suo «L’oppio degli intellettuali». Se Karl Marx aveva definito la religione l’oppio dei popoli, Aron sosteneva che l’ideologia poteva essere considerata l’oppio degli intellettuali: «Aron denunciava la soppressione dei diritti individuali, noi, io, pensavamo che più di quei diritti importasse la giustizia sociale anche a costo di doverla imporre con le maniere forti».
Senza dimenticare i timori crescenti che Augias nutre verso il populismo, in grado di erodere il fondamento stesso della democrazia, «cresciuto negli anni sostituendo le regole che dovrebbero equilibrare il gioco tra cittadini, partiti e istituzioni». Augias afferma anche la convinzione, maturata soltanto nel corso degli anni, che «le lezioni della storia, già così aleatorie, contano qualcosa quando diventano un attendibile canone condiviso. Se alla storia nessuno bada più, se l’intero spazio è riempito dall’ininterrotto frastuono del presente, quello strumento va considerato un arnese arrugginito». Nella prima parte si delinea il suo percorso familiare, dall’infanzia all’adolescenza fino alla giovinezza. Al centro di un trivio: tecnicamente ebreo per discendenza matrilineare, battezzato e allevato in un collegio cattolico, sostanzialmente ateo.
Augias, nome probabilmente di origine catalana ma diffuso anche in Provenza, narra l’infanzia in Libia al seguito del padre ufficiale della Regia Aeronautica, la guerra, gli anni in collegio. A seguire la vita professionale, il giornalismo, i libri, l’inserimento nel mondo del lavoro vincendo due concorsi su tre, alla Banca Commerciale e alla Rai. Escluso dal terzo alla Olivetti — apprenderà solo 40 anni più tardi — perché considerato «troppo di sinistra». Tappe per lui fondamentali sono state la fondazione de «la Repubblica» nel 1976, il rilancio di Raitre a partire dal 1987, l’invenzione di alcuni fortunati programmi come «Telefono giallo», quando la tv per la prima volta divenne strumento di comunicazione attiva con gli spettatori. E poi narra le città della sua vita, Roma e Parigi, mentre alla non amata New York, dove ha soggiornato per anni, viene dedicata una striminzita paginetta: «Mi sono sempre sentito come in visita, non ho mai smesso di pensare a New York come a un martellante, vivo, impaziente grumo di vita che osservavo dall’alto di un grattacielo o dal finestrino di un taxi».
In filigrana la consapevolezza che «conoscere sé stessi è un compito doveroso che può diventare spiacevole». Anche se va comunque svolto, con la scrittura come ausilio fondamentale.
Sarà in vendita con il «Corriere della Sera» per un mese a partire da venerdì 7 agosto, al costo di euro 10,90 oltre al prezzo del quotidiano (e in collaborazione con la casa editrice Einaudi), il libro di Corrado Augias La vita s’impara. Romano, classe 1935, giornalista, scrittore, autore di programmi culturali per la televisione, come «La torre di Babele», Augias ha pubblicato numerosi titoli, che sono stati tradotti in diverse lingue e che spaziano dalla narrativa alla saggistica. Nel volume abbinato al «Corriere», l’autore racconta l’avventura di una vita, la sua. Agli eventi che l’hanno scandita — infanzia in Libia, ritorno a Roma, l’occupazione tedesca, il collegio cattolico, i primi passi nel giornalismo — l’autore affianca, citandole le letture di cui si è nutrito e dalle quali ha «imparato a vivere».
6 ago 2026 | 21:09