Il meno è fatto. Il difficile arriva adesso per le 14 aziende italiane che hanno presentato una manifestazione di interesse per l’ex Ilva, dando mandato al presidente di Federacciai Antonio Gozzi di «verificare la sussistenza delle condizioni» per fare un’offerta. Gozzi, raggiunto al telefono risponde dal suo ufficio di Chiavari. «Vacanze? Non se ne parla. Abbiamo da gestire un dossier troppo importante». Ma non va oltre i convenevoli: «Entriamo in una fase di gara pubblica, la riservatezza è d’obbligo».
Non è comunque difficile, interpellando alcune fonti vicine al dossier, capire quali sono «le condizioni» poste dai 14. La cordata italiana valuta la possibilità, una volta spento anche l’ultimo altoforno il prossimo 28 ottobre, di mantenere operativa l’ex Ilva portando a Taranto bramme (semilavorati di acciaio grezzo) per alimentare i laminatoi che sfornano coil.
Alcuni gruppi tra i 14 si sono resi disponibili a spostare presso l’ex Ilva parte della loro attività di laminazione (anche se il trasporto delle bramme avrà un costo). I 14 sono comunque consapevoli che non si può (e non conviene) ridurre l’ex Ilva a un sito di laminazione: le bramme si trovano facilmente oggi sul mercato ma non è detto che domani sia così. Morale: sarà necessario costruire un forno elettrico e anche un impianto per produrre il Dri, Direct reduced iron o, in italiano, preridotto. In pratica un semilavorato, ottenuto dalla riduzione chimica del minerale di ferro, che serve ad alimentare i forni elettrici. In realtà i forni si potrebbero alimentare anche con il rottame. Ma questo è sempre più scarso, le acciaierie del Nord se lo litigano già e nessuno vuole che un nuovo forno elettrico a Taranto aumenti la concorrenza. Alla fine un’Ilva con un forno elettrico potrebbe produrre 2,5, massimo 3 milioni di tonnellate l’anno.
Veniamo agli aspetti societari. Tra le condizioni dei 14 c’è la presenza dello Stato. Nessuno si sbilancia a dire con quale tipo di impegno, ma l’impianto per la produzione del Dri dovrebbe essere realizzato con risorse pubbliche (in passato era già stato mobilito un miliardo, poi ridotto a 800 milioni, i 14 sperano che questi fondi possano essere rimessi in campo). A chi chiede se Jindal potrebbe avere un ruolo nella partita (gli indiani di Jsw hanno fatto un’offerta per tutto il perimetro ex Ilva come del resto gli americani di Flacks, questi ultimi però non hanno mai dato garanzie finanziarie) fonti vicine al dossier rispondono in modo negativo, parlano di una «operazione di sistema» che deve privilegiare gli operatori tricolore.
Ultimo ma molto importante: una ex Ilva con un solo forno elettrico dovrebbe scendere grosso modo da 8.000 a 4.500 dipendenti. Realizzare due forni elettrici invece di uno per gli operatori della cordata sarebbe insostenibile sul piano finanziario. Il messaggio è: «Nessuno vuole giocarsi la propria azienda a Taranto». E tentare di mantenere vivo un altoforno nemmeno a parlarne: fa paura il contenzioso con i tribunali.
Ora la palla passa al governo. Il primo passaggio è gestire la vicenda della gara in piedi con Flacks e Jsw. E poi c’è la partita con Fim, Fiom e Uilm.
Che ieri con una lettera aperta si sono rivolte direttamente al presidente della Repubblica.