Economia

Lo choc petrolifero nell’età del populismo: la Cina lo affronta tagliando, l’Occidente illudendo i consumatori

Lo choc petrolifero nell’età del populismo: la Cina lo affronta tagliando, l’Occidente illudendo i consumatori

Questo articolo è apparso originariamente come testo della newsletter del Corriere della Sera «Whatever it takes», a cura di Federico Fubini. Per iscriversi, cliccare qui.

La tabella qui sotto ci dice che non sarà una passeggiata. È tratta dai dati dell'Agenzia internazionale dell'energia e mostra pochi dettagli dai quali dipendono l'economia internazionale e i futuri rapporti fra i Paesi occidentali. La tabella mostra la consistenza delle riserve strategiche delle democrazie avanzate dopo un mese di guerra in Iran a fine marzo scorso (cerchiato in azzurro) e a fine luglio scorso (cerchiato in giallo).
Sapete cosa mostra quella serie? Che potremmo stare vivendo in un'illusione destinata a non durare. Essa ci induce a pensare che potremmo continuare a gestire la situazione senza scosse, perché la guerra del Golfo dopo sette mesi non ha mai prodotto gli impatti devastanti sul prezzo del petrolio che si temevano all'inizio.

Sì, ha fatto rincarare il prezzo del Brent del 55% rispetto a un anno fa; ma la quotazione nei momenti peggiori ha di poco superato i cento dollari al barile - ben sotto i massimi di pochi anni fa - non è certo arrivata a 150 o 200 dollari come molti analisti qualificati prevedevano. Se è così, si potrebbe sperare che almeno si stabilizzi attorno a questi livelli.

Ma la tabella sotto mostra perché finora non è andata peggio. In soli quattro mesi i Paesi avanzati hanno rilasciato sui mercati mondiali quasi 200 milioni di barili di greggio per calmierare i prezzi. Possiamo immaginare che nei tre mesi dei quali mancano i dati (marzo, agosto, settembre 2026) gli stessi Paesi abbiano immesso altri 150 milioni di barili. In pratica - se tutto continua così - con fine ottobre o a metà novembre arriveremo a esaurimento del rilascio straordinario di 400 milioni di barili da parte del club dei Paesi ricchi riuniti nell'Agenzia internazionale dell'energia. Quella misura è la più forte che sia mai stata presa nella sua categoria (il rilascio all'inizio della guerra in Ucraina fu di 183 milioni di barili). Lo è al punto che le riserve strategiche degli Stati Uniti sono sotto i 300 mila barili, più che dimezzate rispetto al 2021 e ai livelli più bassi dagli anni '80.

In altri termini, il prezzo del petrolio non è esploso solo perché noi occidentali - gli americani in particolare - ne abbiamo immesso molto sul mercato. Ma non possiamo continuare a farlo per altri sei mesi senza entrare in zona di pericolo. Perché intanto anche una parte delle riserve della Cina sono state consumate allo stesso scopo. Ed è di fronte a questo dilemma che si rileva tutta la crisi delle democrazie occidentali in quest'età del populismo: invece di spiegare la situazione agli elettori e prendere di conseguenza le misure adatte, tutti i governi dei Paesi occidentali continuano a proteggere in loro l'illusione che si possa continuare a bruciare petrolio come e più di prima. Come se non ci fosse un problema di scarsità, che alimenta un problema di prezzo.

Rivela ancora di più la crisi della democrazia liberale in questi anni che sia paradossalmente la Cina - un regime autocratico, sotto il quale non vorremmo vivere - a prendere le misure più razionali di contenimento dei consumi: utili per il bene della propria popolazione e degli equilibri internazionali. In Occidente, sembriamo vivere in sistemi che hanno perso il potere di affrontare la verità e agire di conseguenza. Vediamo.  

Prima un quadro della situazione, con l'aiuto dell'analista del petrolio di Ubs Giovanni Staunovo. Com'è ormai noto, prima della guerra all'Iran e del blocco di Hormuz uscivano dallo stretto ogni giorno circa venti milioni di barili al giorno: quindici di greggio e altri cinque di prodotti raffinati. Ed è vero che le petroliere continuano ad uscire dal Golfo, di notte e con i transponder spenti per restare invisibili ai satelliti, costeggiando la sponda sud dello stretto controllata dall'Oman fino a trasportare verso il mare aperto probabilmente fino a circa dieci barili di petrolio al giorno. Vero anche che gli oleodotti degli Emirati Arabi Uniti e dell'Arabia Saudita continuano ad aggirare il blocco, rispettivamente arrivando via terra fino a Fujairah sul Golfo dell'Oman (cerchiato in viola nella mappa sotto) e Yanbu sul Mar Rosso (cerchiato in arancione nella mappa sotto).

Vero poi che la Cina è intervenuta sull'Iran chiedendo di far fermare gli attacchi della milizia alleata degli Houthi dello Yemen contro l'oleodotto saudita che attraversa tutta la penisola arabica da ovest a est: Pechino lo ha fatto per il proprio interesse a non destabilizzare ancora di più il costo mondiale dell'energia, ma così di fatto ha beneficiato il resto del sistema internazionale. Vero infine che in questi sette mesi di guerra gli Stati Uniti, l'Argentina, il Brasile, il Canada e la Guyana sono riusciti ad aggiungere 1,4 milioni di barili all'offerta mondiale (mentre la Russia ha bloccato il suo export di carburanti).     

Ma anche così la situazione resta precaria. Secondo Staunovo, la carenza di offerta mondiale sarebbe oggi di 4,5 milioni di barili di greggio al giorno e due milioni di barili di prodotti raffinati: mancano forniture per almeno il 6% della domanda mondiale, tutti i giorni. Ora, immaginate che una versione più mite di questa situazione prosegua per altri sei mesi: carenza di cinque milioni di barili al giorno. Mancherebbe quasi un miliardo di barili nei prossimi sei mesi. A questo punto comparate questo fabbisogno non soddisfatto con le riserve sovrane internazionali: i trenta Paesi più ricchi a questo punto hanno molto probabilmente meno di un miliardo di barili di stoccaggi sotto il controllo dei rispettivi governi (come mostra la tabella in alto).

La Cina è entrata in questa crisi probabilmente con riserve per circa 1,4 miliardi di barili - non abbiamo certezze, perché non pubblica dati ufficiali - ma deve avervi già attinto almeno in parte perché ha ridotto l'import di almeno quattro o cinque milioni di barili al giorno negli ultimi mesi. In ogni caso le economie principali del pianeta non hanno riserve sovrane per affrontare altri sei mesi come gli ultimi sei: non senza ridurre le loro scorte a livelli bassi in maniera pericolosissima. Anche gran parte degli aumenti di produzione nel resto del mondo sembrano richiedere tempi più lunghi, poiché tutti i progetti già pronti sono stati sfruttati.
Il mondo non è in un nuovo equilibrio. Se nulla cambia nel quadro strategico del Golfo, l'energia da idrocarburi è presto destinata a diventare più scarsa e il suo prezzo più alto.

Voi direte: guidati da leader razionali, sostenuti da burocrazie di esperti che presentano loro un quadro esaustivo, agiscono di conseguenza. Spiegano la situazione all'opinione pubblica e iniziano a prendere misure per ridurre i consumi, limitandone al massimo l'impatto sull'economia. Le misure del resto sono note. Sono indicate molte volte dall'Agenzia Internazionale dell'Energia, dalle più semplici alle più avanzate, fino a quelle di più lungo termine. Eccone alcune, in una lista tutt'altro che completa:

No. Stanno tutti facendo l'opposto, perché non osano spiegare ai propri elettori che devono cambiare anche solo di poco il loro modo di vivere. Così Italia, Germania, Spagna, Irlanda, Svezia, Polonia, Lussemburgo, Belgio e Lituania hanno speso miliardi e miliardi di euro in sgravi fiscali: ma non per ridurre il consumo di petrolio, al contrario per tenerlo elevato nella speranza che intanto il problema di Hormuz si risolva da solo. La Francia ha di fatto obbligato l'azienda energetica di Stato TotalEnergies ha farsi carico di sgravi al prezzo del carburante per un totale di 250 milioni di euro, con lo stesso obiettivo. Adesso l'Italia sta tentando lo stesso esperimento con Eni e Ip, le quali sono ben felici di perdere quale decina di milioni nell'esperimento perché sanno che tanto guadagnano cifre in più di due ordini di grandezza superiori grazie agli esorbitanti rincari dei prodotti di raffineria (doppi rispetto ai rincari del greggio come mostra il grafico sopra).

Tutto sempre allo scopo di mantenere elevati i consumi di energia fossile, anche quando li si potrebbe ridurre senza danneggiare l'economia. Anche quando un piano per ridurli comincia a diventare urgente. Quanto all'opposizione in Italia, come vari settori della maggioranza, tutto quel che ha da proporre è una tassa sugli "extra-profitti" delle imprese dell'energia. Come dire: imponete i prezzi che volete, ma almeno fate a metà del bottino con noi. Intanto il governo si prepara a chiedere l'8 ottobre alle società proprietarie di raffinerie in Italia di aumentare la loro produzione per il Paese (e loro si preparano a chiedere più sussidi per farlo, benché oggi le loro raffinerie siano vere macchine da soldi, con margini di guadagno da trasformazione saliti in soli sei mesi da 10 a 40 dollari per barile di 100 dollari). Sembra un'idea geniale come quella che accarezza Donald Trump: proibire l'export di diesel dagli Stati Uniti, anche se la produzione del Paese non è autosufficiente.

Dobbiamo riconoscere a noi stessi che i leader cinesi stanno affrontando questa crisi con più realismo e competenza dei loro colleghi delle democrazie. Si comportano da classe dirigente meritocratica. Ed è profondamente spiazzante, perché non ammiro affatto il loro sistema, né i loro valori, né il loro modo di proiettare la loro potenza nel mondo.
Ma si fronte alla guerra in Iran in corso, i leader cinesi sapevano cosa fare. Hanno accelerato la transizione verso le auto elettriche o ibride, ormai vicina ai due terzi di tutti i nuovi modelli registrati. Hanno aumentato l'autotrasporto con mezzi a batteria, ridotto del 7% i viaggi in aereo e aumentato gli spostamenti su treno elettrico o con trasporti in comune nelle grandi città. Nel complesso, la Cina con l'inizio della guerra in Iran sta riducendo quest'anno il consumo di diesel del 6% e di benzina del 5%. Senza impatti visibili sulla crescita.

Vorrei essere chiaro: non sto parlando di energia, qui. Sto parlando di noi. Una democrazia perde legittimità, quando tratta gli elettori come bambini e diventa incapace di dirsi ciò che è vero, per agire. Si parla molto delle cause dell'ascesa dei vari Roberto Vannacci, Alternative für Deutschland e via elencando. Sono questioni molto sopra alle mie competenze. Ma domani, quando mi fermo a fare il pieno del motorino, ci penso un po' su.

28 settembre 2026, 09:44 - Aggiornata il 28 settembre 2026 , 09:45

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