Economia

Mps: Intesa, Banco Bpm e Unicredit, ecco i tre piani di Lovaglio per dare valore al gruppo senese

Mps: Intesa, Banco Bpm e Unicredit, ecco i tre piani di Lovaglio per dare valore al gruppo senese

Giovedì della prossima settimana, 16 luglio, si riunirà il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena. Da domenica 7 giugno, il giorno in cui Intesa Sanpaolo annunciò la volontà di lanciare un’offerta pubblica di scambio sulla banca senese, sarà la terza riunione. La prima, già calendarizzata, si tenne l’8 giugno, a caldo. La seconda, il 22, venne dedicata a operazioni che riguardavano Mediobanca Premier e Widiba. Ora, sul tavolo degli amministratori di Mps restano due proposte da analizzare approfonditamente: una circostanziata firmata da Carlo Messina per il gruppo Intesa, ex articolo 102 del Tuf, un’altra aperta a molte variabili e per diversi aspetti indefinita, firmata da Giuseppe Castagna per il gruppo Banco Bpm.
Tecnicamente le due istanze non sono confrontabili, vista l’indeterminatezza di una, ma il cda del Monte dei Paschi ha il dovere di esaminarle entrambe e di esprimere un giudizio compiuto. Cosa che forse solamente in parte avverrà la prossima settimana. Il percorso che attende il consiglio del Monte e il suo amministratore delegato Luigi Lovaglio, non è infatti né semplice né breve.

La volontà che si respira a Siena è di mantenere l’identità di un gruppo uscito da decenni di difficoltà e che ora, diventato il terzo player bancario nazionale, si vede porre davanti la concreta ipotesi di uno smembramento, con la fine di una storia iniziata nel 1472, vent’anni prima che Colombo arrivasse in America e riflessi preoccupanti sul fronte della concorrenza. Sul tema, il consiglio comunale della città toscana si è espresso con toni perentori (la sopravvivenza del marchio storico ma senza l’indicazione «di Siena» è percepito come uno sfregio alla storia senese), ma a Lovaglio è chiaro che una difesa che volesse puntare su argomenti solo localistici potrebbe risultare inefficace, non parlando la lingua della finanza globale. Serve altro.
Così Mps sta cercando altre strade. Anzitutto numeriche. L’offerta di Intesa Sanpaolo, da quando è stata lanciata, si è ridotta nelle proporzioni. Il diverso andamento dei titoli in Borsa ha fatto sì che quel premio che inizialmente toccava il 12,5 per cento sulla base della chiusura di Borsa di venerdì 5 giugno, si sia ora ridotto e, dicono alcuni analisti, si ridurrà ulteriormente considerando il cosiddetto interim dividend, ovvero la cedola che a novembre 2026 Intesa pagherà ai propri azionisti. Questo è un punto.
Ma siccome Intesa ha fatto capire di voler arrivare fino in fondo, oggi Ca’ de Sass farà partire un piano di riacquisto di azioni proprie (buyback) che si concluderà entro il 23 ottobre e che interesserà fino a 800 milioni di azioni Intesa, con un esborso di circa 2,3 miliardi di euro. L’effetto principale di questo genere di operazioni è sostenere il corso del titolo in Borsa. Per cui quella forbice, ora allargata, è destinata a restringersi, salvo fatti eccezionali.

Le alternative viste dall’alto della Torre del Mangia, a Siena, non sono molte. Forse sono solo tre. Da un lato l’abbraccio smembrante di Intesa, contro cui la città si ribella. Perché, dicono a Siena, se l’obiettivo vero di Carlo Messina, ceo di Intesa, è la quota custodita nel portafoglio di Mediobanca di azioni Generali, non si è concentrato su quella? Perché non ha comperato Mediobanca, che a settembre 2025 Mps ha pagato 13,5 miliardi mentre oggi per l’intero gruppo Mps si mettono sul piatto quasi 31 miliardi, contro una valorizzazione del 13,32 per cento di Generali ai prezzi di venerdì scorso, 3 luglio, attorno agli 8,7 miliardi di euro? I numeri alimentano i dubbi e l’insoddisfazione. Per questo Lovaglio sta cercando di mostrare che Mps vale di più della valutazione fatta da Intesa e che il premio va ritoccato. Un capitolo importante di questa tesi si scriverà il prossimo 7 agosto, quando Mps presenterà i risultati della prima metà dell’anno, che verranno licenziati dal cda nella riunione del 6 agosto.
Affiancato ad Intesa, c’è il Banco Bpm. Le parti in questi ultimi diciotto mesi si sono annusate a lungo e più volte si sono incontrate. Ma se tutto quello che è germogliato è la lettera di intenti dello scorso giugno è troppo poco per andare avanti. Sta a Mps dirlo ufficialmente, ma il buonsenso e l’analisi delle proposte rendono non confrontabili le due offerte. Per di più, nel capitale di Banco Bpm, la presenza del Crédit Agricole, a un passo dal 30 per cento, rende tutto più complicato.

Resta Unicredit. Venerdì 3 luglio si è chiusa l’offerta pubblica di scambio su Commerzbank. I risultati definitivi verranno resi noti mercoledì 8 luglio. Unicredit è già potenzialmente oltre il 50 per cento del capitale della banca di Francoforte e il ceo Andrea Orcel ora dovrà valutare come chiudere l’operazione, ovvero stabilire quale quota di derivati convertire in azioni Commerzbank. Andrà poi ripesato il capitale residuo e solo a quel momento si potrà capire se Orcel potrà giocare un ruolo nel riassetto del Monte. Tenendo presente tre cose: i precedenti stop con Mps e con il Banco Bpm, a cui si aggiunge la forza di fuoco mostrata e promessa da Intesa.
Difficilmente si arriverà a uno scontro frontale tra Unicredit e Intesa. Più probabile si vadano a cercare aggiustamenti, nel prezzo, nel numero delle agenzie da cedere, nel ruolo di Bper
che dovrebbe in fine recepire una parte importante della attuale geografia del Monte dei Paschi di Siena. E qui avranno una parte importante gli azionisti: dal Mef che nelle scorse settimane sembrava sul punto di uscire definitivamente da Mps con un Abb, intenzione rientrata sull’offerta di Intesa, fino a Caltagirone e a Delfin, quest’ultimo decisivo lo scorso 15 aprile all’assemblea Mps.
Insomma, la partita è aperta. E anche se Intesa appare estremamente determinata, qualcosa può ancora accadere.

7 luglio 2026, 15:51 - Aggiornata il 7 luglio 2026 , 15:51

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