Un risiko non lontano dai 200 miliardi. Tanto muove la nuova carta giocata dal Monte dei Paschi per sfuggire dall’abbraccio di Intesa e creare un nuovo polo bancario. Se si va a vedere la capitalizzazione di Banco Bpm, Banca Generali, Mps, Mediobanca e le stesse Generali si arriva per l’esattezza alla cifra astronomica di 158 miliardi. Regista di questo nuovo colpo di scena è sempre lui, Luigi Lovaglio, il banchiere di lungo corso, ampia conoscenza di fondi e famiglie, un’infaticabile volontà di acciaio.
Non si è arreso a luglio al passo indietro di Banco Bpm, che aveva proposto un’aggregazione alla pari con il Monte salvo poi fare un passo indietro.
Nell’ultimo mese ha tessuto legami fruttuosi con alcuni azionisti. Secondo indiscrezioni, avrebbe sondato la disponibilità di soci come Delfin (17,5% di Mps), della Plt della famiglia Tortora (1,2%) che ne ha sostenuto la ricandidatura ad amministratore delegato a marzo, della Ufi Filter di Giorgio Girondi ( 3%) e dei grandi fondi che già avevano votato per lui all’assemblea di aprile. Senza il loro placet a valutare un’operazione ardita, che tocca ampia parte del sistema creditizio, Lovaglio forse non sarebbe andato in cda a proporre la doppia Ops su Banca Generali e Banco Bpm. Le operazioni dovranno infatti passare il vaglio dell’assemblea straordinaria. Siena è infatti stretta nelle maglie della passivity rule — che le impedisce di varare operazioni senza l’ok della plenaria — dopo l’offerta di Intesa Sanpaolo.
La doppia mossa del banchiere senese verrà seguita da vicino dal mercato e da altri player, in particolare da UniCredit, visto che Banco Bpm e Banca Generali sono due target storici del ceo Andrea Orcel.
Lovaglio però tira dritto. Si è mosso con la tenacia ferrea di chi è convinto che bisogna proteggere l’integrità del Monte che rischia di venire «smembrata» dall’Opas della banca guidata da Carlo Messina che, a operazione conclusa, venderebbe la metà degli sportelli al gruppo Unipol-Bper. Il dovere morale di Lovaglio si è incrociato con quello espresso degli enti del territorio toscano dove la banca fondata nel 1472 affonda le radici.
Dalla sindaca di Siena, Nicoletta Fabio, al presidente della Regione, Eugenio Giani, fino alla presidente della Provincia, Agnese Carletti che hanno chiesto un incontro al ministro Giancarlo Giorgetti, slittato alla prossima settimana. Qualche consiglio sarebbe arrivato a Lovaglio anche dall’ex banchiere di JP Morgan Vittorio Grilli, oggi presidente di Mediobanca.
Per prendere Banco Bpm il top manager dovrà confrontarsi con il Crédit Agricole che ne detiene il 29,3%. In cda sui francesi non avrebbe risposto, tenendosi le carte coperte. Bisogna però ricordare che con la Banque Verte, l’ad di Mps ha già avuto occasione di confrontarsi e strappare buone condizioni: quando Lovaglio guidava il Creval riuscì a convincere l’allora ad Philippe Brassac e il presidente Dominique Lefebvre a ripresentarsi con un’offerta più generosa. Ma prima che le nozze con Banco Bpm saltassero, a inizio agosto, i vertici dell’Agricole avevano detto chiaramente che qualsiasi operazione su Piazza Meda dovrà passare da loro.
Durante il cda di ieri, Lovaglio avrebbe anche espresso apprezzamenti lusinghieri sui risultati ottenuti da Banca Generali sotto la guida di Gian Maria Mossa.
Per il secondo anno consecutivo è tornata a essere l’oggetto dei desideri della finanza. Un anno fa era diventata uno strumento di difesa per l’allora amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel. E, secondo indiscrezioni, circa sei mesi fa aveva solleticato anche gli appetiti di UniCredit. Per Lovaglio Banca Generali costituisce l’opportunità di creare, assieme alla gestione di patrimoni di Mediobanca, un nuovo polo del risparmio.
21 ago 2026 | 07:10