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Il Psg, un gruppo capace di mantenere la calma sotto pressione e sempre glaciale ai rigori

Il Psg, un gruppo capace di mantenere la calma sotto pressione e sempre glaciale ai rigori

La seconda Champions di fila consegna al Paris St.Germain la patente definitiva di squadrone, e al termine di una finale tecnicamente bruttina è il modo in cui la porta a casa a valere l’ingresso nella storia. Il Psg vince la coppa ai rigori, quarta volta in stagione che succede: Supercoppa europea, Mondiale per club versione mini, Supercoppa francese e adesso addirittura la Champions. 

Se il concetto di «roulette dei rigori» è uscito da tempo dal portafoglio dei luoghi comuni spendibili — davvero, non si può sentire — il quattro su quattro di Parigi dal dischetto segnala una sicurezza nei propri mezzi, e una capacità di mantenere la calma sotto pressione, che costituisce il software della grande squadra allo stesso modo in cui la corsa e la qualità tecnica ne sono l’hardware.

L’Arsenal è stato un rivale molto degno. Il piano partita di Arteta, che ha schierato una formazione iniziale molto protetta, era quello di sopravvivere almeno un’ora per poi giocarsela con gli scattisti: la rete di Havertz all’alba del match, nata da un rimpallo ma eseguita con la freddezza dell’unico ex-campione di Champions presente in rosa, ha spinto l’Arsenal a ulteriore prudenza, un atteggiamento che il Psg ha a lungo affrontato senza il necessario aumento di ritmo. 

Ma se la prestazione collettiva è stata molto distante dalla qualità e dall’intensità dell’anno scorso, e anche di numerosi momenti magici di questa stagione, le individualità a disposizione di Luis Enrique hanno comunque trovato il modo di combinarsi nella giocata che ha prodotto il rigore dell’1-1. È il trucco delle grandi squadre, se vogliamo chiamarlo così: quando l’insieme è superiore alla somma delle individualità si vince facile, altrimenti si fa l’appello delle singole individualità e di solito almeno una risponde presente. È successo tra Nuno Mendes e Kvara, Dembélé ha dato un senso alla sua serata trasformando il rigore, e a quel punto Arteta avrebbe dovuto far scattare la sua trappola, perché comunque era rimasto in partita ben oltre l’ora di gioco. Ma i cambi l’hanno tradito, non aggiungendo nulla a una squadra comprensibilmente stanca.

L’ultima verità di Budapest, infatti, è che due gruppi arrivati alla partita stagionale numero 56 (il Psg) e 63 (l’Arsenal) cercano un surplus di energia nei nervi più che nel serbatoio ormai scarico. Parigi ha vinto con meno margine del previsto, ma era giusto liquidare come sbagliato il discorso che la semifinale col Bayern — bellissima nei 180’ anche se le due tranche da 90’ erano state assai diverse — fosse stata la vera finale. È sempre l’ultimo atto a meritare il rispetto maggiore, perché occorre arrivarci: e quindi coppa al Psg, ma chapeau all’Arsenal.

31 maggio 2026, 07:13 - Aggiornata il 31 maggio 2026 , 07:14

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