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Luis Enrique, il mago di un trauma insuperabile che ha reso il Psg imbattibile: perché i tifosi lo amano più dei giocatori

Luis Enrique, il mago di un trauma insuperabile che ha reso il Psg imbattibile: perché i tifosi lo amano più dei giocatori

Visto dalla curva Sud, cioè dove stavano i tifosi del Psg alla Puskas Arena, è il trionfo dei parvenus del calcio, quelli che si sgolano per 120 minuti a torso nudo, si abbracciano tra sconosciuti al pareggio salvifico di Dembélé, e cantano per tutta la partita l’inno di una squadra nata appena nel 1970, un inno che ciò nonostante dice «après tant d’années / de galères et de combats», dopo tanti anni di sofferenze e di lotte. Ma da ormai tre anni c’è Luis Enrique, e quelli della curva Nord, i tifosi inglesi che hanno appena vinto la Premier League, c’hanno poco da esibire l’immenso striscione con la scritta «Arsenal since 1886», a rimarcare altre tradizioni e altri lignaggi: noi parvenus abbiamo il coach migliore del mondo, che con il suo francese sgangheratissimo ma efficace e le sue mille fissazioni porta a Parigi la seconda Champions consecutiva. Una volta è storia, due volte è leggenda. «Io leggenda? Non mi interessa», riesce a dire nella festa appena esplosa. Poi, appena ricomposto spiega: «Ai ragazzi non ho detto nulla, ma solo le cose normali per attaccare una squadra come l’Arsenal che difende molto bene. I rigori? Siamo abituati».

Luis Enrique è amatissimo per quel suo carattere latino che lo fa urlare fino a diventare viola in panchina, per la tragica perdita di una figlia piccola, per avere dormito, appena arrivato a Parigi, nel campus del Psg a Poissy quando era ancora da inaugurare e non c’erano neanche le porte, per l’immensa pazienza ed educazione e professionalità con la quale si sottopone all’esercizio delle conferenze stampa che in tutta evidenza odia con tutte le sue forze, e anche perché sembra sincero quando dice — a ogni dannata apparizione tv — che i tifosi sono fondamentali, che senza di loro il Psg non andrebbe da nessuna parte, che lui può pure curare in modo ossessivo schemi e possesso palla e inventarsi idee come le rimesse del portiere Safonov direttamente in fallo laterale, ma senza quei tifosi che entrano in trance a ogni partita, contro l’Auxerre o contro il Bayern non importa, nulla funzionerebbe.

Visto dalla curva, Luis Enrique è un tipo a cui dare retta, perché quando a inizio stagione dice «siamo ancora più forti dell’anno scorso» e poi porta la stessa squadra (10 su 11, è andato via solo Donnarumma) al back to back, dimostra di dire poche cose, ma ci prende quasi sempre. Così a ogni partita al Parc des Princes, e anche stasera alla Puskas Arena, quando lo speaker elenca i nomi dei giocatori, dal Pallone d’oro Dembélé al mago georgiano Kvara, i tifosi esultano, ma quando arriva il nome di Luis Enrique perdono la voce, neanche fosse il capocannoniere.

E pensare che a Luis Enrique è legato uno dei momenti più terribili della (breve) storia del Psg, perché c’era lui sulla panchina del Barcellona quando i catalani riuscirono nell’impresa di vincere 6-1 in casa dopo lo 0-4 preso a Parigi, la remontada che è stato il mito fondatore di tante sconfitte successive, il trauma che sembrava insuperabile. Forse per andare oltre la maledizione della remontada non c’era altro modo per Parigi che andare a prendersi il suo protagonista, Luis Enrique, che si è fatto perdonare nel migliore dei modi. E che fa dire al presidente Emmanuel Macron «una nuova stella brilla su Parigi. Complimenti al Psg che fa sognare tutta l’Europa. La Francia è fiera».

Visto dalla curva, uno dei Psg meno trascinanti degli ultimi mesi ha comunque meritato di conquistare la seconda Champions consecutiva, impresa rarissima, perché i tifosi dell’Arsenal, nella parte opposta dello stadio, stavano incomprensibilmente seduti, composti, come al teatro Old Vic di Londra, forse già appagati dal trionfo in Premier. Un lampo iniziale, quel «dal 1886», poi più niente. Il popolo parigino scalmanato, sudato, con le sue bandiere e i suoi fumogeni (proibiti, multa assicurata) non ha smesso un istante di soffrire, incoraggiare, cantare. A Monaco fu bellissimo, ma anche troppo facile. A Budapest invece si è sofferto da cani, perché Luis Enrique ce lo ha insegnato. Ma è arrivata un’altra vittoria, ancora più bella.

31 mag 2026 | 07:14

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