DAL NOSTRO INVIATO
Segretario Bombardieri, soddisfatto dell’intervento della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al vostro congresso?
«Sì — risponde Pierpaolo Bombardieri, leader del sindacato Uil —. In particolare, per la disponibilità della presidente del Consiglio verso la nostra richiesta di prorogare la detassazione sugli aumenti di retribuzione nei rinnovi contrattuali che ci saranno nel 2027 e nel 2028. Si tratta di una misura importante, perché favorisce i rinnovi e porta più soldi in busta paga per chi guadagna fino a 35 mila euro lordi l’anno».
Cosa le è piaciuto di meno invece nelle parole della premier Meloni?
Bombardieri sorride, come a dire che meglio di così non poteva andare. Poi concede: «Ci sono sempre luci e ombre. Se proprio devo trovare un’ombra, direi che bisogna fare di più sulla precarietà. Noi della Uil abbiamo fatto una proposta (sulla quale la premier non si è espressa, ndr): stabilire che le assunzioni si fanno sempre a tempo indeterminato e poi la flessibilità si contratta con i sindacati».
Sotto la sua gestione (segretario generale della Uil dal 2020) per 4 anni, dal 2021 al 2024, avete condiviso la linea conflittuale della Cgil: scioperi generali contro i governi Draghi e Meloni, senza la Cisl. Poi, nel 2025, il «divorzio» dalla Cgil e il ritorno a una linea più moderata. Perché?
«Fino al 2024 i governi hanno deciso le manovre senza confrontarsi con il sindacato. Per questo abbiamo fatto gli scioperi generali. Poi, nel 2025, le cose sono cambiate e c’è stata una disponibilità del governo a discutere. Non solo. È stata accettata la proposta, avanzata proprio dalla Uil, di detassare i rinnovi contrattuali e i premi aziendali, stanziando 2 miliardi. Per questo non abbiamo scioperato. Come vede, sempre decisioni prese sul merito».
Come definirebbe i rapporti attuali con il governo e con la Confindustria?
«Col governo c’è dialogo. Con la Confindustria siamo pronti a camminare per trovare un’intesa per rinnovare le relazioni industriali. In questi anni è cambiato il mondo. C’è bisogno di aggiornare il modello contrattuale, di stabilire una verifica annuale delle retribuzioni rispetto all’inflazione, di estendere le elezioni delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro e infine di attuare l’articolo 39 della Costituzione, misurando la rappresentanza e stabilendo la validità erga omnes dei contratti».
Lei ha messo l’intelligenza artificiale al centro del congresso, chiedendo di redistribuire la ricchezza che verrà generata tagliando l’orario di lavoro a parità di stipendio. Crede davvero che le imprese possano farlo?
«Intanto, già prima dell’arrivo dell’intelligenza artificiale non poche imprese hanno ridotto l’orario cambiando il loro modello produttivo e di competitività. Si può fare a maggior ragione con l’Ai, dobbiamo misurarci con questa sfida».
Meloni, sul taglio dell’orario, non ha detto nulla ed è invece apparsa molto preoccupata per le conseguenze che l’Ai potrebbe avere sia sulla tenuta della democrazia sia sull’occupazione, in particolare quella impiegatizia. Lei?
«La preoccupazione è fondata. Ecco perché vogliamo un’intesa tra governo e parti sociali anche su questo. Il rischio occupazionale c’è, ma dobbiamo gestirlo. Poi, siamo consapevoli che regole nazionali non bastano e ci vogliono strategie internazionali».
Dopo questo congresso la Cgil sembra l’unico sindacato «all’opposizione».
«Il pluralismo sindacale è una ricchezza. Io piuttosto valorizzerei l’intesa che insieme, Cgil, Cisl e Uil, abbiamo raggiunto per proporre alle imprese una riforma delle relazioni industriali».