Le telco europee lanciano l’allarme: non creare le condizioni per una crisi come quella che sta colpendo l’automotive Ue. Per di più, in un settore che sta vivendo difficoltà strutturali, tra ricavi e margini in diminuzione, nel momento in cui andrebbero incrementati gli investimenti per le reti e l’intelligenza artificiale. Ma facciamo un passo indietro. Lo scorso gennaio la Commissione Ue ha presentato la CSA2, una proposta di aggiornamento del Cybersecurity Act, regolamento del 2019. Tra i provvedimenti, si prevede l’obbligo di sostituire le componenti tecnologiche provenienti da fornitori extra Ue (soprattutto cinesi, come Huawei e ZTE) a favore di produttori Ue, principalmente Ericsson e Nokia. Tempo previsto: tre anni dall’approvazione della normativa.
Se il principio della sovranità tecnologica europea è condiviso, la criticità per le telco riguarda la tempistica: tre anni sono considerati pochi per una sostituzione sostenibile a livello economico e tecnologico, ne servirebbero almeno 15-20. Secondo un report di Gsma, l’associazione che rappresenta gli interessi di oltre 1.100 aziende dell’ecosistema mobile in tutto il mondo, il costo totale ammonterebbe a 64 miliardi di euro, tra rimpiazzo delle tecnologie extra Ue (circa 40 miliardi) e l’inflazione generata dalla minore concorrenza (circa 24). Cifre che si discosterebbero dalla valutazione d’impatto della Commissione Ue, che calcola un costo totale compreso tra i 10 e i 13 miliardi di euro, tra i 3,4 e i 4,3 miliardi all’anno, ma che ricadrebbero sul consumatore finale, tra possibile aumento delle tariffe, choc della domanda ed effetti sulla qualità del servizio.
La proposta di regolamento si inserisce, oltretutto, in un dibattito già acceso in Italia. Nel 2022, attraverso i poteri speciali del Golden Power, il Consiglio dei ministri ha richiesto agli operatori italiani di riequilibrare il peso di fornitori extra Ue a vantaggio di quelli europei, con l’obbligo di sostituire gli apparati cinesi una volta terminato il loro «ciclo di vita» utile, stimato in sei anni. Anche in questo caso, un limite temporale (scadenza a fine 2028) giudicato economicamente insostenibile dagli operatori e confutato scientificamente in un paper del professor Carlo Alberto Carnevale Maffè.
Gli attori italiani sono in costante dialogo con il governo e l’Asstel, associazione di categoria, per cercare di trovare un punto di equilibrio con l’Ue. Ed evitare di creare una crisi profonda in un settore strategico per l’Europa.