Lo Stato spende quasi 20 miliardi all’anno per l’assegno unico universale, il sostegno rivolto a tutte le famiglie con figli a carico, ma i beneficiari sono sempre meno a causa del crollo della natalità. Il calo delle nascite da tempo spinge i governi a ricorrere sempre più spesso a trasferimenti legati ai figli, come l’assegno unico, per sostenere le famiglie. Ma questo tipo di misure non basta, come evidenzia l’ultimo rapporto dell’Inps.
In particolare, per quel che riguarda gli effetti dell’assegno unico sulla fecondità, l’Inps sottolinea che si riscontra «un effetto positivo e statisticamente significativo esclusivamente nel confronto tra il terzo e il secondo quintile dell’Isee. Per questo gruppo, l’aumento della generosità del beneficio indotto dalla riforma determina un incremento di 0,5 punti percentuali nella probabilità di avere un secondo figlio nel medio periodo, ossia a partire da un anno dopo settembre 2022. Al contrario, non emergono effetti statisticamente significativi nel confronto tra il primo e il secondo
quintile, né nei confronti tra gruppi caratterizzati da un’intensità di trattamento più elevata».
Secondo l’Inps questo potrebbe voler dire che tra le famiglie con Isee molto basso, l’aumento potrebbe non essere sufficiente, mentre tra quelle con Isee più elevato il trasferimento aggiuntivo non modifica in modo sostanziale le decisioni di fecondità. «Di conseguenza, reagiscono principalmente le famiglie per le quali l’incremento del trasferimento è abbastanza consistente da allentare effettivamente i vincoli finanziari», si legge nel rapporto. Vale a dire pochissime famiglie.
Ma, ancora prima di provare a capire perché gli effetti dell’assegno unico sulla natalità sono così scarsi, bisognerebbe ragionare su quale era l’obiettivo dell’assegno unico quando è stato istituito nel 2021. «Non nasce come misura volta ad aumentare il tasso di natalità, quindi misurare la sua efficacia attraverso questa prospettiva sarebbe un errore», ricorda la demografa Alessandra Minello, professoressa all’Università di Padova e curatrice del report «Le equilibriste» di Save the children. «Non esiste una sola politica che sia in grado di aumentare la fecondità, perché i bisogni sono molteplici e distinti», aggiunge Minello. «Questo ormai è chiaro anche a chi continua a cavalcare l’onda delle politiche pronataliste».
«Ma la denatalità non è una questione solo economica o biologica. È anche una questione di libertà. I tassi di fecondità sono il risultato di scelte, trasformazioni culturali e sociali. È arrivato il momento di cambiare prospettiva», prosegue la demografa, evidenziando che «la comunità scientifica internazionale si sta interrogando da tempo su due questioni: accettiamo le dinamiche demografiche di oggi per quello che sono, oppure lavoriamo per trovare soluzioni per modificarle? Ragioniamo di politiche pronataliste o accettiamo i livelli correnti di fecondità?».
Chi privilegia il secondo approccio, spiega Minello, «ha grande attenzione a ridurre il fertility gap, cioè la distanza tra figli desiderati e figli che nascono davvero. Vuole capire quali siano davvero i desideri di fecondità. Ha grande attenzione ai percorsi di sofferenza di chi non riesce ad avere i figli che desidera. Ma le politiche non hanno come obiettivo primario quello di aumentare la fecondità, ma riconoscere la libertà di scelta di avere o non avere figli». La demografa ricorda in proposito che anche il Demography Report 2026 della Commissione europea non punta a invertire il declino demografico in corso spingendo sulla natalità, ma ad adattarsi a una società che cambia, ripensando modelli di welfare, servizi, lavoro.
9 ago 2026 | 09:10