Cultura

Reincateniamo Prometeo: la tecno-scienza avanza davvero solo se fa tesoro delle emozioni, e del passato

Reincateniamo Prometeo: la tecno-scienza avanza davvero solo se fa tesoro delle emozioni, e del passato

La tecnica — nel passato limitata, poi bilanciata dalle scienze umane e ormai infinitizzata — pare adesso priva di scopo e al tempo stesso scopo degli scopi, avendo divinizzato efficienza, e performance rispetto alla realtà concreta. Pare, perché non è riuscita ad annientare passioni come possesso e denaro.

La tecno-scienza si configura nell’astrazione come un mondo contrapposto al naturale e allo storico. Infatti funzionalità e produttività non riescono a colonizzare la sfera umana degli affetti — l’inconscio inesorabile perdura! — che nessun apparato arriva a soddisfare generando profonde infelicità: troppi adolescenti si negano alla vita! Se è vero in teoria che scienza e tecnica servono ormai a realizzare ogni fine, i conoscitori del Sapiens, archeologi, storici e psicologi, osservano che ciò non è vero: non vi è funzione tecnica che possa equivalere a uno sguardo, un profumo, una carezza, un bacio e che possa regalare il piacere culturale perdurante connesso alla commedia umana di tutti i tempi e luoghi. Manca alla tecno-scienza il sorprendente della storia e della psiche, che di ogni evento e individuo fa altrettanti universi mossi da polarizzazioni opposte e abbracciate, tra la calda e infinita confusione e la limitata e fredda ragione.

Se divinizziamo la tecnica — anche nella critica — attribuendole una onnipotenza conclusiva, scambiamo l’ideale con il concreto, favorendo l’asservimento al mezzo trasformato in fine. Lo scopo degli scopi, che consiste nel completamento libero e progrediente delle potenzialità umane, continua a rimanere incastonato nella saggezza accumulata nei millenni dall’umanità, oltre che nell’ultima macchina inventata ed esaltata come «intelligente». Altrimenti s’insegue l’infinità delle emozioni anche nei mezzi per soddisfare l’avido Narciso, che nello specchio vede soltanto il proprio prevalere.

La verità è una cima con due versanti: uno volto a dominio, efficacia e performance, l’altro alla conoscenza insieme emozionale e razionale — sola e vera intelligenza —: poli irriducibili ma intrecciati tra loro. Il filosofo che appresta un sistema di pensieri per conoscere il presente si oppone all’archeologo, allo storico e allo psicologo che hanno il vantaggio di percepire tutti i passati a un tempo, da ciascuno traendo ciò che di volta in volta ritorna a splendere. È il Je prends mon bien où je le trouve di Molière (colgo il mio bene dove lo trovo). Di ciò il filosofo è consapevole, al punto che, per approdare a Friedrich Nietzsche e ai maestri francesi, prende le mosse dagli antichi Greci: solo per distinguere la postmodernità dall’antichità? Forse no, dal momento che — ad esempio — l’arcaismo prospera fra noi nella manciata di tyrannoi che opprime vasta parte del globo.

Servirebbe una filosofia che non solo dimostri quanto siamo piegati all’orizzonte del non-senso ma che indichi anche come resistere a esso. L’orizzonte umano resta fondamentalmente poliedrico e variabile — privo delle ideologie universali trionfanti nel Novecento — così che nessun paesaggio viene completamente dissolto da quello che spicca. Se sul proscenio prevale la memoria tecnica astorica, che solo accumula informazioni, va ridata luce alla memoria culturale storica, relegata nella cantina delle scuole, che ha la forma dei gradini di una scala, non di tappe da bruciare una dopo l’altra. Nella realtà esistono non orizzonti nettamente distinti ma il loro succedersi e mescolarsi intorno a quello che temporaneamente predomina. Se invece teorizziamo il dominio assoluto, eterno, universale e invincibile della tecnica, profetizziamo e contribuiamo a inverare la profezia di un futuro senza libertà.

Si può prevedere la fine della storia grazie al trionfo del codice binario, ma è un esito fatale e definitivo? Si può anche prospettare una pluralità di panorami e scopi che contrastandosi cooperano, isomorfa a quella del cervello, nel quale gli strati più profondi e primitivi sono seppelliti sotto quelli più recenti ed evoluti; eppure i primi continuano a funzionare insieme ai secondi, contrariamente all’avanzare, scartando i precedenti, tipico della tecno-scienza.

Serve alla filosofia più consuetudine con il carattere sorprendente delle emozioni e con quello imprevedibile degli eventi, che altrimenti continuerà stancamente a riproporre la morte di Dio, della morale e della storia, così convalidando il primato della tecnica. Se la storia dovesse avere uno scopo invece che disporre di una nebulosa di scopi sarebbe prevedibile, mentre continua a smentirci e a stupefarci sempre più. Non sappiano più essere contemporanei del presente come del passato. Ho ascoltato a Roma un oratorio di Georg Friedrich Händel del 1707 (Il trionfo del tempo e del disinganno) mentre sulla scena si attuava un coito con donna sopra a luci rosse. La performance comunicativa sta subordinando la cultura al successo, falsificandola.

Se i Greci hanno incatenato Prometeo e i moderni lo hanno scatenato, noi dobbiamo ricominciare ad arginarlo. I pesi e contrappesi che costituiscono il dispositivo delle democrazie liberali andrebbero introdotti anche nella costituzione interna degli individui, temperando l’infinito e universale con il finito e il limitato. Le passioni sono state sempre amiche del troppo caldo e a esse si è aggiunta la tecnica, ma rimanendo gelida. Serve una nuova ondata morale, capace di includere l’inconscio e il digitale. Come ci siamo opposti ai tiranni e agli imperi — con successi insperati — così dovremmo limitare gli apparati tecnici. Non siamo intellettuali organici allo stato delle cose attuali. Dobbiamo quindi batterci per una vita che lasci spazio anche a quanto nei millenni è stato considerato «umano», bilanciando la tecnica con storia e arti.

L’aureo libretto di Umberto Galimberti su Le disavventure della verità (Feltrinelli, 2025), che ho divorato e che ha suscitato questa riflessione, risulta una grande lezione per chi lo legge avendo un background. Ma per un giovane sradicato la sua conclusione sulla «fine della storia» può spegnere ogni speranza. Se ormai siamo tutti postumani, a che cosa ci serve saperlo se non a toglierci la vita a causa del futuro bloccato? Eppure mi capita d’intravedere tra i giovani prime reazioni politiche e culturali, come il ritorno al voto e ai libri.

Gli orizzonti, pieni o privi di significato, servono non solo a capire dove siamo finiti ma anche a essere variamente stoici o epicurei, cattolici e protestanti, atei, amorali e nichilisti, pluralisti negli orizzonti... La stratificazione delle diverse civiltà è una «sequenza» ma anche una «compresenza» di panorami e prospettive, un coro di fini.

Andrea Carandini prende spunto dal saggio «Le disavventure della verità», uscito da Feltrinelli nel 2025, del filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti (Monza, 1942). Nell’articolo è citato l’oratorio di Georg Friedrich Händel (1685-1759) «Il trionfo del tempo e del disinganno», eseguito per la prima volta nel 1707. Ad aprile 2026 è stato proposto in forma scenica all’Opera di Roma con la regia di Robert Carsen Nella mitologia classica, il titano Prometeo dona agli uomini il fuoco di Zeus. Il re degli dei lo punisce facendolo incatenare a inviando un’aquila a divorargli il fegato che tuttavia si rigenera.

3 giu 2026 | 11:27

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