Economia

Banco Bpm, Davide Leone: «Più crescita: serve un socio industriale, Unicredit o Crédit Agricole»

Banco Bpm, Davide Leone: «Più crescita: serve un socio industriale, Unicredit o Crédit Agricole»

Difficile stare da soli. Soprattutto ora che il risiko bancario in Italia è entrato nel suo secondo, concitato tempo. A Banco Bpm serve un socio industriale, che sia però in grado di preservarne il valore di istituto vicino a imprese e territori. Davide Leone, 50 anni, rompe il suo tradizionale riserbo e, da socio con circa il 5% dell’ex popolare milanese, prende posizione in vista degli scenari che possono aprirsi.

Il suo fondo Davide Leone & Partners, con sede a Londra, ha cominciato a prendere posizione in Piazza Meda da prima del Covid e oggi è il primo azionista di mercato e il secondo azionista dopo Crédit Agricole, ormai al 29%. Figura anche in Tim dove detiene circa il 3% post conversione delle Tim risparmio (di cui era azionista di circa il 13%).

Leone, che futuro vede per Banco Bpm? Quando lei è entrato era la terza banca, ora si appresta a diventare la quarta.

«Già nel novembre 2022 avevamo spiegato che i soci industriali per Banco Bpm possono essere due: Cariparma, ora Crédit Agricole Italia o Unicredit. Oggi siamo della stessa idea e siamo favorevoli a qualsiasi operazione di mercato che metta al centro la protezione e la valorizzazione della rete di Banco Bpm e il suo brand. Il punto non è la classifica italiana, ma la necessità di avere una scala più grande, dimensioni europee, anche per affrontare gli investimenti in tecnologia e in intelligenza artificiale che solo le banche più grandi possono permettersi».

Banco Bpm ha proposto una fusione tra pari a Mps. Ha ancora senso oggi dopo la mossa di Intesa Sanpaolo? Forse bisognava muoversi prima e in altro modo?

«Abbiamo notato due punti di vista importanti su questa operazione. Quella dell’ex Bce Ignazio Angeloni e le parole di un grande investitore di Mps come Francesco Gaetano Caltagirone. Non servono tante analisi: oggi Bpm ha dichiarato di poter realizzare un miliardo di sinergie con Siena mentre Intesa Sanpaolo 2,9 miliardi. Davanti a numeri del genere ogni commento è superfluo. E la mia sensazione è che altri soci del Banco la pensino come me. In questo momento l’offerta di Intesa è di gran lunga la migliore e ha il beneficio di preservare sia il marchio che, speriamo, il management del Monte. Le operazioni che funzionano devono avere manager onesti, intelligenti e che abbiano coraggio».

Cosa pensa del primo socio Crédit Agricole? Avrebbe senso un’aggregazione con la divisione italiana o maggiori sinergie industriali?

«L’attuale governance di Banco Bpm è un unicum nel panorama bancario europeo e forse anche mondiale. Con un azionista concorrente al 30% non è possibile avere un equilibrio stabile sul lungo periodo, soprattutto perché è stato decisivo per l’elezione del top management. Detto questo servono le aggregazioni perché gli ingenti investimenti in tecnologia sono di fatto costi fissi, che le banche più piccole faticano a sostenere. Da quattro anni la nostra visione strategica è invariata su quali siano i partner ideali per Banco Bpm».

Come valuta l’attenzione della politica nel riassetto bancario?

«Il Golden power - ingiustamente tacciato di nazionalismo - ha favorito un giocatore francese, che è un giocatore europeo, contro uno italiano. Per dirla con Elon Musk, “lo scenario più ironico è spesso il più probabile”».

Passiamo a Tim. Conferirà le sue azioni a Poste Italiane?

«Gli azionisti sono gli ultimi a parlare e il board di Tim non si è ancora espresso. Ma il mercato sì e i titoli di Tim e Poste Italiane sono oggi tra i migliori, quindi deduco che c’è un sostanziale apprezzamento per l’operazione. L’azione di Poste, dal giorno prima dell’operazione, ha realizzato il +37% e Tim il +35%. Se non andasse in porto, dunque, assisteremmo a un ritracciamento dei prezzi, ma per ora l’offerta è stata apprezzata».

È perciò contento dell’investimento in Tim?
«Abbiamo scommesso sulla visione del management di riportare Tim a essere una azienda normale. Spagna, Germania, e Francia hanno tutti una partecipazione dello Stato nei rispettivi operatori telefonici nazionale. Quindi anche l’operazione di Poste è di fatto una normalizzazione di Tim».
Perché ha investito oltre il 5% nella lussemburghese Ses?
«Abbiamo fortemente creduto nella trasformazione di Ses, in un processo che ha impiegato anni, da tradizionale operatore nel mondo dei media — con il marchio Astra per la tv satellitare — a componente strategico della nuova difesa europea. Oggi il più grande utilizzatore dei servizi Ses è la Nato. Nel breve periodo ci possiamo aspettare un avanzamento del progetto europeo Iris2, che riteniamo altamente strategico, e in cui l’Italia purtroppo scelse di non partecipare, ma riteniamo e speriamo vi sia una finestra di opportunità per rientrare».

2 lug 2026 | 10:34

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