L’America ha smesso di creare posti di lavoro. A luglio le imprese e le amministrazioni pubbliche ne hanno persi 23 mila, mentre gli economisti si aspettavano un aumento di circa 80 mila. Una differenza abbastanza ampia da cambiare la lettura dell’economia statunitense e da ridurre le probabilità di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve già a settembre.
Il dato arriva dopo un’altra delusione. Nel secondo trimestre il Pil americano è cresciuto dell’1,5% su base annualizzata, meno del previsto e in rallentamento rispetto al 2,1% dei primi tre mesi dell’anno. La frenata è stata provocata in buona parte dall’aumento delle importazioni, dal calo delle scorte e dalla riduzione della spesa pubblica. La domanda interna ha però mostrato maggiore solidità: i consumi sono cresciuti del 3,2% e gli investimenti, sostenuti anche dalle spese per le infrastrutture dell’intelligenza artificiale, sono rimasti robusti. L’economia americana non è dunque ferma, ma cresce meno e, soprattutto, trasforma sempre meno quella crescita in nuovi posti di lavoro.
Il Bureau of Labor Statistics ha rivisto al ribasso di 103 mila unità le stime relative a maggio e giugno: il primo mese è passato da 129 mila a 63 mila nuovi posti, il secondo da 57 mila a 20 mila. Nell’arco dell’ultimo anno l’occupazione è aumentata in media di appena 34 mila unità al mese, molto meno dei ritmi ai quali gli Stati Uniti si erano abituati dopo la pandemia.
Il tasso di disoccupazione è comunque sceso dal 4,2% al 4,1%. Non è necessariamente una contraddizione: le due cifre provengono da indagini diverse e, soprattutto, a luglio si è ridotta ancora la quota di americani presenti nel mercato del lavoro. Il tasso di partecipazione è sceso al 61,4%, sette decimi in meno rispetto a gennaio. Se un lavoratore smette di cercare un’occupazione, non viene più contato tra i disoccupati.
Il quadro che emerge è quello che gli economisti americani definiscono un mercato «slow hire, slow fire»: le aziende assumono poco, ma per ora licenziano poco. A luglio gli annunci di esuberi sono scesi ai minimi da due anni e le richieste di sussidio di disoccupazione sono rimaste contenute. Il rischio non è ancora quello di un’ondata di licenziamenti, ma di una progressiva chiusura delle porte per chi cerca di entrare o rientrare nel mercato del lavoro.
A sostenere l’occupazione resta quasi soltanto la sanità, che a luglio ha aggiunto 22 mila posti. Le perdite si sono invece concentrate nell’istruzione gestita dalle amministrazioni locali, con 50 mila occupati in meno, nelle attività finanziarie, che ne hanno persi 14 mila, e nel commercio al dettaglio, dove il saldo negativo è stato di 19 mila.
Dentro quest’ultima cifra compare un dato particolare. Le stazioni di servizio e i rivenditori di combustibili hanno ridotto gli occupati di 5 mila unità. È una flessione significativa per un settore che impiega poco più di un milione di persone e arriva mentre il prezzo della benzina è tornato al centro della politica americana.
Secondo la Energy Information Administration, il prezzo medio della benzina normale ha raggiunto 4,10 dollari al gallone il 27 luglio e si attestava a 4,08 dollari il 3 agosto, quasi un dollaro in più rispetto a un anno prima (da notare che il prezzo della benzina in Italia equivale a oltre 9 dollari al gallone). Il diesel ha superato 5,34 dollari. Rincari legati al conflitto con l’Iran e a una capacità mondiale di raffinazione più scarsa.
È il caro petrolio ad avere fatto sparire quei 5 mila posti? Il collegamento è possibile, ma i dati disponibili non permettono di affermarlo. Quando il prezzo del greggio sale, i distributori non ne sono necessariamente i beneficiari. Gran parte dell’aumento viene assorbita dai produttori e dalle raffinerie; i gestori degli impianti lavorano con margini ridotti sul carburante e guadagnano soprattutto sulle vendite dei negozi annessi. Un prezzo molto alto può comprimere i margini, spingere gli automobilisti a ridurre i consumi e diminuire gli acquisti di bevande, alimenti e altri prodotti sui quali le stazioni realizzano una parte importante dei profitti.
Ma se i 5 mila posti persi alle pompe di benzina non dimostrano, da soli, che lo choc petrolifero ha cominciato a produrre licenziamenti, sono un segnale da seguire. Il prezzo dei carburanti agisce infatti in due direzioni: mette sotto pressione le attività che dipendono dagli automobilisti e sottrae reddito alle famiglie, riducendo la capacità di spendere nel resto del commercio.
A luglio la fiducia dei consumatori è diminuita anche per l’aumento della benzina, mentre il commercio ha perso occupati non solo nelle stazioni di servizio ma soprattutto nei grandi magazzini, nei supercenter e nei warehouse club, dove il calo ha superato 20 mila unità. Il rincaro energetico potrebbe quindi manifestarsi meno attraverso una crisi isolata dei distributori e più attraverso una debolezza diffusa dei consumi.
Per la Federal Reserve il rapporto rende ancora più difficile la scelta sui tassi di interesse. La guerra in Medio Oriente e i carburanti alimentano l’inflazione, ma il mercato del lavoro non sembra più così solido. Prima della pubblicazione dei dati, gli investitori consideravano possibile un aumento dei tassi a settembre con una probabilità del 60%; dopo la sorpresa negativa hanno ridimensionato quella previsione, facendo scendere i rendimenti dei Treasury e il dollaro. Per il presidente Donald Trump, che continua a chiedere tassi più bassi, però, non è una buona notizia.
Il dato dei 23 mila posti perduti a luglio si aggiunge ai segnali che raccontano un’economia americana ancora in grado di crescere, ma sempre meno capace di creare lavoro. Se il caro energia dovesse durare, i tagli registrati nelle stazioni di servizio potrebbero rivelarsi il primo indizio di una pressione più ampia sui consumi: un segnale piccolo ma politicamente sensibile a tre mesi dalle elezioni di midterm.