Economia

Orsini (Confindustria): «Non sia un risiko bancario, ma una politica industriale per il Paese»

Orsini (Confindustria): «Non sia un risiko bancario, ma una politica industriale per il Paese»

Prima ancora di entrare nel merito del risiko bancario, credo sia necessario partire da un dato: la scelta difensiva messa in campo da Monte dei Paschi ha portato verso un’operazione molto più complessa da costruire e da realizzare rispetto ad altre soluzioni che possono garantire maggiore linearità e semplicità di esecuzione. Ed è proprio questa complessità che deve farci riflettere. Perché quando per difendere un determinato equilibrio si costruiscono operazioni che intrecciano banche, assicurazioni, partecipazioni e centinaia di miliardi di risparmio gestito e affidamenti agli investimenti, non possiamo limitarci a valutare soltanto chi vincerà la partita finanziaria di oggi.

Dobbiamo chiederci quale assetto stiamo costruendo per il sistema finanziario italiano di domani e per i finanziamenti agli investimenti dell’imprese, tenendo conto delle sovrapposizioni territoriali del credito da erogare. Il risiko bancario italiano ha raggiunto un punto nel quale non possiamo più limitarci a osservare chi compra chi, quale sarà il concambio migliore o quale operazione garantirà qualche miliardo di sinergie in più. La domanda, ormai, è un’altra: chi controllerà domani il risparmio degli italiani? Le operazioni che stanno ridisegnando gli equilibri intorno a Monte dei Paschi, Banco Bpm, Banca Generali e Generali hanno una portata che va ben oltre una normale aggregazione bancaria. Stiamo parlando di banche, reti distributive, patrimoni gestiti e partecipazioni che rappresentano una parte fondamentale dell’infrastruttura finanziaria del nostro Paese. Ed è proprio per questo che credo sia arrivato il momento di parlare con chiarezza.

Banco Bpm ha già nel proprio capitale una presenza francese estremamente rilevante. Generali, a sua volta, non può essere considerata semplicemente una grande società quotata: è uno dei pilastri finanziari del Paese e custodisce una parte importante del risparmio degli italiani. Mettere insieme questi mondi significa creare una concentrazione enorme di potere finanziario. E quando si costruiscono architetture così complesse bisogna guardare non soltanto a chi ne avrà il controllo domani mattina, ma soprattutto a chi potrebbe averlo fra cinque o dieci anni. È questo che mi preoccupa. Perché il vero rischio non è necessariamente quello che vediamo oggi. È quello che potrebbe emergere domani attraverso partecipazioni, alleanze, aumenti di capitale e nuovi equilibri azionari. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda scomoda: siamo certi che alla fine di questa partita una parte determinante del risparmio italiano non possa finire sotto un’influenza straniera molto più forte di quella attuale? 

A questo si aggiunge un ulteriore elemento che credo meriti attenzione. La complessità e la tempistica delle operazioni rendono importante che ogni aspetto venga valutato con la massima trasparenza e nel pieno rispetto delle regole del mercato. Il fatto stesso che possano essere richiesti chiarimenti alla Consob dimostra quanto sia delicata la fase che stiamo attraversando. Non sta a noi anticipare giudizi che spettano alle autorità competenti. Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, è nell’interesse di tutti che non rimangano zone d’ombra. Non è nazionalismo finanziario. È politica industriale. La Francia difende i propri campioni nazionali quando sono in gioco settori strategici.

Non vedo perché l’Italia dovrebbe comportarsi diversamente quando si parla di banche, assicurazioni e soprattutto del risparmio delle proprie famiglie. L’Europa deve essere un mercato aperto, ma apertura non può significare ingenuità. Per questo credo che oggi debba prevalere la soluzione capace di offrire la maggiore solidità, la maggiore capacità industriale e la certezza che il baricentro decisionale rimanga saldamente italiano. Non necessariamente la soluzione più affascinante. Non quella con l’architettura finanziaria più sofisticata. Quella più sicura per il Paese.

Perché quando sono in gioco centinaia di miliardi di risparmio degli italiani, la stabilità viene prima degli esperimenti finanziari. Le operazioni finanziarie passano. I protagonisti cambiano. Gli amministratori cambiano. Ma il risparmio degli italiani resta. Ed è un patrimonio che abbiamo il dovere di consegnare alle prossime generazioni mantenendo in Italia capacità decisionale, competenze e controllo strategico. Il risiko bancario avrà presto dei vincitori e degli sconfitti, e giustamente il mercato deciderà. A me interessa soprattutto che, quando questa partita sarà terminata, a vincere sia l’Italia.

22 agosto 2026, 10:09 - Aggiornata il 22 agosto 2026 , 10:09

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