Economia

Trump, la testarda inutilità dei dazi: perché non funzionano nemmeno per gli Stati Uniti

Trump, la testarda inutilità dei dazi: perché non funzionano nemmeno per gli Stati Uniti

Pensavamo che Donald Trump fosse incoerente. Niente affatto: sull’amore per i dazi non arretra di un passo. Nonostante che i giudici americani abbiano stabilito che le tariffe sulle importazioni annunciate durante il famoso Liberation Day di inizio aprile 2025 sono illegali, il presidente americano non ha nemmeno preso in considerazione l’idea di frenare. La Corte Suprema americana ha fatto cadere il suo muro di dazi? Ne sta costruendo un secondo. Anche questo articolato e formalmente motivato da diverse ragioni ma ancora su una strada che ha già portato a risultati piuttosto fallimentari. D’altra parte, è caratteristica dei «testardi coerenti» ripetere la cosa che non ha funzionato aspettandosi un risultato diverso. Quella delle tariffe di Washington è una lezione sul campo per il mondo, anche per noi europei: fanno molto più male che bene.

Come di fronte al primo barrage di dazi un anno fa, i Paesi colpiti, Ue in testa, devono decidere come rispondere. Ciò che è interessante ora, però, è vedere quali risultati hanno portato alle imprese e ai consumatori americani le tariffe all’import imposte un anno fa. Trump e i suoi consiglieri, in primis il suo consulente senior per il commercio Peter Navarro, sostenevano e sostengono che il deficit commerciale americano, segnatamente quello sulle merci, è un problema enorme, creato dall’avidità di Paesi che approfittano della capacità di spesa degli americani per esportare a più non posso senza reciprocare. Con il risultato che l’industria americana si è ristretta e un gran numero di buoni posti di lavoro in fabbrica sono andati persi (sei milioni in meno dall’inizio del secolo, in realtà a fronte di milioni di nuovi occupati nei servizi nello stesso periodo).

I dazi, dunque, avrebbero fermato l’invasione di merci straniere e riportato le imprese di casa a investire nella manifattura. In effetti, nel 1945 gli Stati Uniti producevano circa la metà della manifattura mondiale, quota che nel 2024 è scesa al 15% (quella della Cina è ormai di oltre il 30%). C’è stato il recupero? Il segretario americano al Tesoro, Scott Bessent ha di recente sostenuto che l’America «sta avendo un rinascimento della manifattura»: nel secondo trimestre di quest’anno, una crescita annualizzata del 4,6%. In realtà, niente di questa crescita è riconducibile all’effetto dei dazi, la gran parte è dipesa dalla costruzione di fabbriche legate all’intelligenza artificiale. 
Tra il 2024 e oggi, gli investimenti non legati all’Ai sono calati di un terzo. Fatto cento il 2016, la produzione manifatturiera hi-tech è oggi intorno a 108, il resto è a poco più di 90. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, a inizio 2025, l’occupazione nella manifattura è scesa di 75 mila unità. Un anno fa, il segretario al Commercio americano Howard Lutnick aveva previsto che «l’esercito di milioni e milioni di esseri umani che avvitano con piccoli cacciaviti per fare gli iPhone…ecco quel tipo di cosa sta per tornare in America». Non proprio.

Negli Stati Uniti, non diversamente da altri Paesi avanzati, l’occupazione nella manifattura è sempre minore: solo un lavoratore americano su dieci è in fabbrica. La tecnologia ha distrutto il modello fordista di organizzazione: l’arrivo dell’intelligenza artificiale renderà obsoleti anche molti dei posti rimasti. La desertificazione di parti dell’America dovuta alla deindustrializzazione, alle droghe e alla corruzione delle comunità locali — così bene descritta da JD Vance nel suo libro Hillbilly Elegy — ha sostenuto la crescita del movimento Maga e di Trump. Ma gli americani vedono che la soluzione del problema non sta nei dazi: il 60% di loro ritiene che la politica commerciale della Casa Bianca sia sbagliata.
Le tariffe, inoltre, non stanno riducendo il deficit commerciale degli Stati Uniti. I dati dei mesi scorsi indicano che è in calo: ma ciò è dovuto al fatto che prima dei dazi dell’anno scorso c’era stata una corsa a importare beni. A parte quel picco statistico del 2025, il deficit commerciale mensile non è cambiato: attorno ai 108-110 miliardi nel 2024, lo stesso nel 2026. Quello con Pechino si è in effetti ridotto di fronte al muro di Trump: nel quarto trimestre del 2024, le importazioni dirette dalla Cina erano sopra al 15% del totale di quelle americane, nel secondo trimestre del 2026 sono state attorno al 7% (altri beni cinesi passano per Paesi diversi prima di arrivare negli Stati Uniti). Il fatto è che la media dei dazi americani sull’import dal mondo, Cina esclusa, è oggi del 7% mentre quelli applicati alle merci cinesi sono, seppur in calo, sopra al 20%.
C’è poi l’inflazione. Gli economisti spesso sbagliano le previsioni. Hanno però avuto gioco facile ad avvertire Trump che le tariffe si sarebbero riversate sui prezzi interni. Il calcolo più credibile indica che in America l’inflazione è salita dello 0,8% a causa dei dazi: se si tiene conto che in giugno è stata del 3,5%, senza l’effetto tariffe si sarebbe probabilmente limitata al 2,7 o forse meno, in direzione dell’obiettivo del 2% secco di inflazione annua dichiarato nei giorni scorsi dal presidente della Federal Reserve Kevin Warsh. 

Anche su questo versante, la politica commerciale della Casa Bianca è di fatto un fallimento. Sia per gli americani, i quali devono convivere con prezzi più alti, sia per le imprese: si calcola che gli esportatori verso gli Usa si carichino il 60% del costo delle tariffe, ma il resto è sulle spalle degli importatori americani. Ed è ovviamente stata negativa per i consensi dello stesso fedelissimo dei dazi, Trump.
Oltre al non ritorno della manifattura e al rialzo dell’inflazione, c’è un terzo effetto deleterio dei muri tariffari. Trump ha fatto dei dazi non solo una politica commerciale ma anche uno strumento militarizzato, per costringere Paesi amici e avversari a venire a buoni consigli con Washington. Qualcosa che in un anno e mezzo di sua presidenza ha intaccato la reputazione degli Stati Uniti come Paese guida di un mondo aperto. L’ultima ondata di dazi, che immagina a prova di Corte Suprema, il presidente l’ha iniziata con un 25% su certi beni brasiliani (ha un pessimo rapporto con Lula), con il 50% su alcune merci canadesi (non gli piace molto nemmeno Mark Carney). Ha poi resuscitato alcune tariffe del Liberation Day e ha individuato 60 Paesi (compresi Giappone, Regno Unito, Messico e Ue) che esporterebbero merci con un contenuto di lavoro forzato: quindi dazi “umanitari” tra il 10 e il 12,5%. Altre tariffe sono promesse entro l’anno. Coerente e coercitivo.

Un effetto positivo (in teoria) dei dazi è stato l’aumento di entrate alla dogana americana: 264 miliardi di dollari nel 2025. La Corte Suprema ha però stabilito in febbraio che 166 di questi miliardi devono essere restituiti.
Una politica commerciale testarda e con poco senso, insomma. Per l’America è pessima, ma il Paese ha spalle straordinariamente robuste. È l’avanguardia dell’hi-tech e dell’Ai, è il primo produttore mondiale di petrolio e di gas, ha una popolazione che cresce, un dollaro che domina commerci e pagamenti globali, ha gli imprenditori più dinamici. Dai decenni della globalizzazione non si è impoverita, come sostengono Trump, Vance e i Maga: ne è anzi uscita più forte e più ricca. Ma i dazi fanno male comunque; soprattutto a chi li impone: all’America. Ma anche all’Europa se seguisse Trump nella sua coerente ossessione. Certo, la Cina è un gran problema anche per la Ue: ma non saranno le tariffe a renderci più competitivi. 

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