Economia

Dazi sulle importazioni di polisilicio: a una famiglia media americana costeranno 1.100 dollari l’anno

Dazi sulle importazioni di polisilicio: a una famiglia media americana costeranno 1.100 dollari l’anno

Donald Trump alza il tiro nella sfida commerciale con la Cina. Con prezzi minimi all’importazione, un dazio del 15% e incentivi per costruire nuove fabbriche negli Stati Uniti, il presidente apre un nuovo fronte sul polisilicio, materia prima essenziale per pannelli solari e semiconduttori. La misura, contenuta nella proclamazione presidenziale firmata il 6 agosto, entrerà in vigore il 4 dicembre. Si applica alle importazioni da numerosi Paesi, ma il bersaglio strategico è Pechino, leader mondiale della filiera. Dopo la sconfitta davanti alla Corte Suprema, la Casa Bianca ha cambiato base giuridica, non filosofia economica: il dazio resta barriera industriale, leva negoziale e messaggio elettorale.

Il provvedimento, fondato sulla Section 232 del 1962, fissa prezzi minimi di 21 dollari al chilo per il polisilicio, 100 dollari per lingotti e wafer, 22 centesimi per watt per le celle solari e 38 per i moduli. Sotto queste soglie, la dogana applicherà un prelievo pari alla differenza; su lingotti e prodotti derivati si aggiungerà, in generale, un dazio del 15%. Per l’Unione europea e alcuni alleati il prelievo complessivo non potrà superare il 15%; per il Regno Unito sarà del 10%. Sono previste agevolazioni per chi avvierà nuovi impianti negli Stati Uniti entro gennaio 2029.

La quota americana della produzione mondiale è scesa dal 50% del 2005 a meno del 2% nel 2024, afferma la Casa Bianca, che con questa misura cerca ora di sottrarre a Pechino un anello strategico delle filiere dell’energia e dell’intelligenza artificiale, contrastando anche le triangolazioni attraverso altri Paesi asiatici. Rischia però di trasferire il costo della sicurezza economica sugli installatori e sui consumatori, rallentando lo sviluppo del solare mentre cresce la domanda di energia dei data center e della manifattura avanzata.

La nuova architettura nasce dal fallimento del «Liberation Day». Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act, legge del 1977 per le emergenze internazionali, non autorizza il presidente a imporre unilateralmente dazi. Sono così cadute le tariffe reciproche annunciate il 2 aprile 2025 e quelle motivate dall’emergenza fentanyl. 

Trump ha reagito prima con un dazio globale di 150 giorni fondato sulla Section 122 e poi, alla sua scadenza il 24 luglio, con prelievi del 10 o del 12,5% sui beni di 60 partner, Ue compresa. I nuovi prelievi, fondati sulla Section 301, sono giustificati con l’inefficace contrasto all’importazione di merci prodotte con lavoro forzato. Restano invece i dazi introdotti in base alla Section 232 su acciaio, alluminio, auto, rame, legname, semiconduttori, minerali critici e farmaci, oltre ai dazi fondati sulla Section 301 ereditati dalla prima guerra commerciale con la Cina. Venticinque Stati americani hanno però già fatto ricorso.

Il conto della bocciatura è concreto. Secondo un documento depositato alla Court of International Trade, a fine luglio le dogane avevano completato rimborsi, interessi compresi, per circa 100 miliardi di dollari: oltre la metà dei 166 miliardi riscossi con i dazi illegittimi. In giugno i rimborsi sono stati 49,2 miliardi, contro incassi lordi per 23,6; il saldo negativo ha contribuito a portare il disavanzo federale mensile a 120 miliardi. Il denaro torna agli importatori registrati, non alle famiglie che hanno pagato prezzi più alti.
Finora l’introduzione di dazi Usa ha protetto alcuni settori, favorito alcuni annunci di investimento. Quelli fondati sull’Ieepa hanno anche generato entrate, finché i giudici non ne hanno ordinato la restituzione. Ma il conto non è stato pagato dai governi stranieri, come sostiene Trump.

Secondo la Federal Reserve, tra la loro introduzione nel 2025 e febbraio 2026 i dazi hanno fatto aumentare complessivamente del 3,1% i prezzi dei beni di consumo, esclusi alimentari ed energia, aggiungendo 0,8 punti all’inflazione di fondo. Tenendo conto delle tariffe attualmente in vigore, il Budget Lab di Yale stima un aumento complessivo dei prezzi dello 0,7%, equivalente a un costo di circa 1.100 dollari l’anno per una famiglia media. Il beneficio per l’industria non si estenderebbe però all’intera economia: nel lungo periodo la manifattura crescerebbe dell’1,3%, mentre l’edilizia perderebbe il 2,2% e il Pil si ridurrebbe dello 0,14%.

A tre mesi dalle elezioni che decideranno il controllo del Congresso, Trump torna però al suo terreno preferito e presenta la stretta sul polisilicio come una difesa delle fabbriche e del lavoro americano. Ma è una scommessa rischiosa: a giugno il 47% degli americani chiedeva di ridurre le tariffe sulle importazioni, mentre soltanto il 10% voleva aumentarle, secondo Economist/YouGov. La guerra con l’Iran, ancora aperta, accresce la pressione. Non pesa soltanto sui prezzi dell’energia: a luglio il Pentagono ne stimava il costo in 37,5 miliardi di dollari, mentre solo il 35% degli americani approvava il conflitto, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos.

Potresti esserti perso