Economia

Generali Investments, parla il ceo Woody E. Bradford: «Dall’Italia competiamo in una partita globale»

Generali Investments, parla il ceo Woody E. Bradford: «Dall’Italia competiamo in una partita globale»

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Cos'è Generali Investments e di cosa si occupa?
«Siamo una società globale di gestione del risparmio, che compete su scala mondiale – risponde Woody E. Bradford, amministratore delegato e general manager di Generali Investments, che gestisce attività per 736 miliardi di euro ed ha come azionisti le Assicurazioni Generali all’83,25% e Cathay Life al 16,75% -. L'unico modo per avere successo su queste dimensioni è essere un player globale, ma da campione radicato qui in Italia. La mia responsabilità è guidare la principale società di asset management globale con sede in Italia, ed è ciò che stiamo realizzando. In sintesi, la nostra missione è questa. E per riuscirci dobbiamo eccellere in un'ampia gamma di classi di attivi, per soddisfare le esigenze di clienti diversi, con un appetito per il rischio diverso e in contesti differenti. Prima di me, Generali Investments era già storicamente di grande qualità nel gestire grandi portafogli liquidi di bond. Invece non ci concentravamo molto sull’area degli asset privati. Intanto negli ultimi trent'anni le compagnie assicurative in tutto il mondo hanno progressivamente aumentato le allocazioni verso di esse. All’inizia si trattava soprattutto di capitale in fondi immobiliari e, in parte, di credito in fondi immobiliare a livello globale. Poi sono cresciuti il private equity e private credit. Ora tocca alle infrastrutture».

Qual è la vostra strategia?
«Gestire al meglio, come sempre, i grandi portafogli liquidi e insieme sviluppare le nostre capacità sugli attivi privati. Senza perdere di vista la responsabilità che abbiamo qui in Italia verso le istituzioni e i cittadini: dobbiamo far sì che i loro investimenti e i loro risparmi siano in buone mani. Avverto il peso di questa responsabilità, per noi resta una priorità».

Su Hormuz e sul Medio Oriente l’incertezza domina. Eppure la reazione dei mercati obbligazionari è stata nel complesso ordinata, non trova?
«Sono calmi in modo scioccante, incredibile».

Quanto la sorprende?
«Gli spread restano molto contenuti. Abbiamo avuto alcuni problemi specifici, episodi isolati, ma non abbiamo visto tassi di default balzare verso l’alto o spread sui titoli a reddito fisso esplodere. Negli ultimi due anni il mercato obbligazionario è rimasto nel complesso molto calmo, nonostante le guerre e i timori d'inflazione. Abbiamo cominciato a intravedere di recente qualche spostamento delle curve, perché – giustamente, a mio avviso – esistono timori sulla sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico in vari Paesi. Il trentennale statunitense è salito sopra il 5% per la prima volta dopo moltissimo tempo. Mi sembra sensato. Esiste un rischio, là fuori, che probabilmente non è ancora pienamente riflesso nei mercati obbligazionari».

I rendimenti salgono perché c’è un po’ troppa rilassatezza sul debito pubblico nelle economie avanzate in genere, oppure è l'inflazione – o le aspettative di inflazione – che sale?
«I mercati sono molto efficienti. Gli spread sono compressi perché gli utili delle imprese sono stati in molti casi ottimi, con entrate fiscali ampiamente positive visti anche i rialzi dei mercati. I fondamentali e l’esigenza degli investitori di impiegare capitale per generare rendimenti ci stanno portando dove ci troviamo oggi, in termini di spread, curve e valutazioni. Lo trovo razionale. Non significa che queste valutazioni ci debbano piacere, né che resteranno così per sempre o che si debba essere sovraesposti quando gli spread sono così stretti. Ma è razionale, perché gli utili sono stati solidi in tante aziende e le entrate fiscali, nel complesso, buone. Qualcuno ha detto che è difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro. È un mondo stocastico: da qui non esiste un'unica traiettoria predeterminata, ma molti esiti possibili. Personalmente, sono però convinto che siano le preoccupazioni sull'inflazione a spingere al rialzo la parte lunga della curva, più dei timori sulla finanza pubblica. Non sono sicuro che ciò sia corretto: vedo che il debito pubblico in molti Paesi semplicemente continua a crescere. A un certo punto, dovrà contare».

Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, dice che la produttività generata dall'AI ci solleva da gran parte del rischio di inflazione. Ma Hormuz è di nuovo bloccato. Quanto è difficile fra tutte queste variabili?
«È molto difficile, ma lo è un po' meno considerando il tipo di investitore che siamo. Siamo un investitore di lungo periodo; non fingiamo di essere day trader né uno di quegli hedge fund ad alta velocità. A noi interessa ciò che sta alla base: i fondamentali delle aziende, dei governi o dei titoli su cui investiamo. Con questo approccio, attraversare le crisi quotidiane diventa un po' più facile. Naturalmente seguiamo l'evoluzione giorno per giorno, ma un investitore fondamentale di lungo periodo, secondo me, riesce a guardare attraverso il rumore di breve termine».

Intanto l’intelligenza artificiale (AI) avanza. Gli hyperscaler americani investono ogni anno centinaia di miliardi e non è chiaro se a questo ritmo di spesa riusciranno ad avere dei rendimenti positivi su questi soldi spesi. Eppure la storia dell’AI ha sostenuto i mercati azionari negli ultimi due anni. Come legge questa dinamica?
«La quantità di capitale riversatasi in questo comparto in così poco tempo dovrebbe preoccupare tutti e indurre tutti a fermarsi un attimo e chiedersi se abbia davvero senso. L'ordine di grandezza delle cifre è impressionante. Una differenza rispetto alla bolla delle dot-com è che allora le aziende non avevano ricavi. Al contrario, molte delle società di AI che alimentano l'espansione oggi sono macchine ad alta generazione di cassa. Non cambia, però, la necessità di essere estremamente prudenti. Come in tutti i settori in rapida evoluzione, è molto probabile che ci saranno grandi vincitori e grandi perdenti. E su questi ordini di grandezza, vista la velocità di sviluppo nell'intelligenza artificiale, il potenziale di perdite ingenti è enorme. Non passa una settimana senza l'annuncio di un nuovo modello o di un nuovo chip».

Come immagina che prenderà forma questo mercato?
«Ci sono gli sviluppatori di modelli e gli hyperscaler, che non si limitano più a investire con capitale proprio: stanno emettendo debito. Trovo estremamente preoccupante la quantità di debito in circolazione, perché faccio fatica a immaginare che tutto nelle iniziative che vediamo possa avere successo. Detto questo, se si guarda ai bisogni di capacità di calcolo nei prossimi anni, la domanda resta travolgente. Lo stesso vale per l'energia. Nel breve termine, la storia regge. La domanda è dove saremo fra cinque o sette anni. Se si presta denaro a scadenza decennali, o oltre, si è in una posizione piuttosto rischiosa. Bisogna essere molto lucidi nelle scelte».

Con la rivoluzione di Internet, l'emergere delle Big Tech ha reso il mercato oligopolistico. Ma con l'AI ciò che vediamo da Cina e Europa appare diverso: attori più piccoli possono intaccare il dominio del mercato americano. È una minaccia per gli investimenti degli hyperscaler?
«Guardiamo la filiera tecnologica, che è la cornice entro cui operano gli sviluppatori di modelli. Si parte dai chip, con i produttori di chip e i fornitori di apparecchiature. Negli Stati Uniti la filiera è molto ristretta. La Cina ne sta replicando una versione. L'Europa sta cercando di capire se riesce a competere. A me pare una struttura oligopolistica. Per i fornitori di modelli invece il quadro è diverso: sembra davvero esserci un piccolo gruppo di operatori che proveranno a tenere limitato il numero dei player, ma credo che l'innovazione e la pressione sui prezzi lo renderanno difficile. Le aziende stanno affrontando enormi spese in conto capitale nell'AI e devono generare ricavi per finanziarle. Le società in cui investiamo stanno cercando di capire come gestire i costi legati all'AI e iniziano a individuare dei percorsi. Se alcuni modelli cinesi costano il 40% di un modello americano e ottengono l'85% delle prestazioni, in certi casi può andare bene. Aziende e persone saranno costrette a scegliere quali strumenti usare secondo i compiti. Ed esiste uno scenario inquietante per le società di AI, in cui i modelli diventano commodity. Non credo che ci siamo già, ma gli utenti si stanno già dotando di piattaforme interne con cui possono utilizzare sette modelli diversi per scopi differenti. E scelgono, ogni giorno».

Abbiamo assistito a varie ondate di guerre commerciali e tensioni politiche tra Stati Uniti ed Europa, e a un rallentamento negli scambi. Ma non trova l'impatto complessivo dei dazi sia minore di quanto si temesse e che l'Europa abbia semmai più problemi commerciali con la Cina?
«Credo sia corretto. I numeri non si sono mossi in modo marcato, considerato il rumore di fondo che c'è stato. Semplicemente, non si è tradotto nei dati. Se si osserva l'andamento dei prezzi del petrolio – non solo per via di Hormuz, anche della Russia – non abbiamo visto i problemi che ci saremmo potuti aspettare. Neanche sui prezzi dei fertilizzanti: non li abbiamo visti ripercuotersi sul settore alimentare. Gli Stati Uniti e l'Europa hanno mostrato un'estrema resilienza di fronte a questi shock macroeconomici».

Le nostre economie stanno diventando più adattabili agli shock?
«Governi e management sono stati incredibilmente resilienti e adattabili. Credo che noi come società globale – ma Europa e Stati Uniti in particolare – abbiamo imparato a gestire gli shock. È diventata la nuova normalità. Lo percepisco io stesso nel modo in cui gestiamo l'azienda, nel modo in cui dialoghiamo con i management. Dobbiamo essere preparati a questi shock e saper reagire».

Un mercato dei capitali europeo più unito e integrato sarebbe d'aiuto, non crede?
«Aiuterebbe l'Europa».

Ma succederà davvero?
«Il rapporto Draghi, secondo molti, è giusto e andrebbe attuato se vogliamo competere sulla scena globale con gli Stati Uniti e con la Cina. Eppure, due anni dopo, è stata attuata una percentuale delle raccomandazioni bassa in modo sconcertante. Indipendentemente da ciò che pensiamo dell'amministrazione americana, la postura che ha assunto ha costretto ogni Paese e regione a guardarsi allo specchio e a chiedersi: ‘Come posso badare a me stesso? Perché non sono più sicuro di poter contare su di loro’. Per l'Europa, credo sia positivo. Lo è nella misura in cui l'Europa riesca a guardare tutta insieme nella stessa direzione e a chiedersi ‘Come facciamo a prenderci cura di noi stessi?’. In effetti, stiamo cominciando a vedere più attenzione verso alcuni degli elementi di quel rapporto. Se poi ne seguiranno azioni concrete, è da vedere. Ma se non riusciremo a costruire un mercato più unito, dotato della massa critica e della liquidità di altri mercati, sarà davvero difficile finanziare tutte le attività di cui l'Europa ha bisogno per competere su scala globale».

Cosa può fare Generali Investments?
«Riteniamo che le imprese abbiano la responsabilità di aiutare, o persino di guidare il processo, mostrando agli attori politici come muoversi in concreto. Ma abbiamo bisogno del loro aiuto e sostegno per procedere verso un approccio europeo più integrato. A titolo di esempio, gestiamo il programma European Sovereignty da 300 milioni di euro lanciato di recente da Generali, focalizzato sulle piccole e medie imprese europee che operano in settori strategici. In Italia, con circa 54 miliardi di euro investiti tra debito pubblico, credito corporate, infrastrutture e immobiliare, siamo uno dei maggiori investitori nell'economia del Paese».

C'era un'operazione in corso con Natixis-BPCE, poi è saltata. Come l'ha presa, e crede che ci saranno altre occasioni di crescita non organica?
«Siamo il più grande asset manager globale con sede in Italia e figuriamo tra i primi dieci europei per dimensioni. Siamo grandi in Europa. In molti, nel mondo, sarebbero entusiasti di trovarsi nella nostra posizione: performance solide, flussi positivi e due azionisti forti alle spalle che sostengono la nostra crescita. Siamo nella condizione ideale per servire i nostri clienti e generare crescita per Generali come azionista, su base organica. Qualcuno si chiede se dobbiamo necessariamente concludere un'operazione per portare avanti la strategia. La mia risposta è no: non è necessario. Credo che siamo ben attrezzati per crescere e centrare i nostri obiettivi. Detto questo, se dovessero presentarsi opportunità che accelerano la strategia – più scala, più perimetro, nuove classi di attivo che oggi non offriamo e in cui pensiamo di poter essere validi proprietari e gestori – le valuteremo senz'altro, dedicando loro il giusto tempo. Ma possiamo farlo in modo molto ponderato e paziente, ed è un’ottima posizione in cui trovarsi».

Generali è tornata alla ribalta per quanto sta accadendo sui mercati finanziari italiani, tra offerte pubbliche di acquisto e fusioni nel settore bancario. Che effetto le fa?
«Guardi, il mio compito è chiaro. Ho oltre 700 miliardi di euro di denaro dei clienti da gestire. Non ho nulla da dire sul mondo bancario e assicurativo italiano».

29 luglio 2026, 08:28 - Aggiornata il 29 luglio 2026 , 08:31

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