L’ordinanza della Corte d’Appello di Milano scioglie l’equivoco che ha accompagnato la gestione dell’ex Ilva di Taranto per oltre un decennio: l’idea che il risanamento ambientale e la trasformazione industriale potessero procedere senza discontinuità produttiva, costi straordinari e conseguenze sull’occupazione. I 90 giorni fissati per lo stop dell’area a caldo, in mancanza di messa in sicurezza dell’impianto, rendono esplicito il costo delle scelte rinviate e obbligano il governo a ridefinire la gara, gli impianti e le tutele.
La prima conseguenza è sociale. Secondo Carlo Mapelli, professore di Siderurgia al Politecnico di Milano, lo Stato deve predisporre subito ammortizzatori per i 5-6 mila addetti coinvolti dal fermo dell’area a caldo. La crisi riguarda oltre 9.700 dipendenti di Acciaierie d’Italia, circa 1.500 della vecchia Ilva e migliaia nell’indotto. Le tutele dovranno accompagnare una transizione destinata a durare anni.
La seconda conseguenza riguarda la vendita. Il governo vuole «riparametrare» la gara sull’area a freddo, ma restringere il perimetro non garantisce la continuità. Senza l’area a caldo, i laminatoi di Taranto dovrebbero essere alimentati con bramme importate, da cui dipende anche l’attività dei siti di Genova e Novi Ligure. Il problema è che chi produce i semilavorati d’acciaio tende a trasformarli nei propri stabilimenti, assorbendo parte dei margini. Ma pesano anche i noli e la geopolitica.
È il punto debole del progetto di Jindal Steel International, che ha confermato l’interesse per l’intero perimetro, dopo la sentenza della Corte d’Appello. Il gruppo indiano dovrebbe rifornire Taranto da un nuovo impianto in Oman, ma, nota Mapelli, il sito richiede almeno 30 mesi per essere completato. Nel frattempo le bramme andrebbero acquistate da altri produttori, a prezzi capaci di ridurre la redditività dei laminatoi.
C’è poi la logistica. I laminatoi possono lavorare fino a 9 milioni di tonnellate di bramme, ma il sistema interno sarebbe attrezzato per trasferirne dal porto circa 900 mila l’anno. Per movimentarne 5 o 6 milioni servirebbero nuove gru, treni interni e modifiche ai raccordi e alle pendenze ferroviarie. Interventi lunghi e costosi.
Anche Flacks Group resta in gara con Flacksider, il progetto con Danieli e Metinvest basato su forni elettrici e Dri. Neppure questa soluzione, però, colma il vuoto dei prossimi mesi. Nel caso più favorevole, spiega Mapelli, servirebbero 28-30 mesi per un nuovo forno elettrico, escludendo demolizioni e bonifiche. Il minerale adatto al preridotto è scarso e costa circa il 30% più di quello per gli altiforni. Il maggiore consumo di rottame potrebbe inoltre aumentarne i prezzi in Italia.
Perciò i prossimi 90 giorni, valuta Mapelli, «servono per compiere in sicurezza le operazioni di spegnimento», non per risanare e ripartire. L’amianto poteva essere rimosso senza fermare la produzione solo con un intervento programmato almeno due anni fa. Oggi occorre demolire, bonificare e ricostruire. L’investimento? Fino a 2 miliardi per una nuova acciaieria da due milioni di tonnellate, almeno 5 per arrivare a 4,5-5 milioni. Un costo che «nessun privato oggi può sostenere».
Jindal e Flacks restano al tavolo, ma l’esclusione dell’area a caldo impone di riscrivere le offerte. Al nuovo acquirente spetterebbe il rilancio dei laminatoi, con garanzie su investimenti e occupazione; allo Stato lo spegnimento, la bonifica e la scelta tra dismettere il ciclo primario o ricostruirlo con un partner industriale.
29 lug 2026 | 08:02